L’Elefante e il Cavaliere: Promemoria sul Referendum Costituzionale

Due parole animano questo pro-memoria sul Referendum costituzionale. Sentimento e Ragione.

Il Sentimento. La decisione di noi italiani sul Referendum costituzionale sarà dettata, come sempre avviene – si pensi al recente Referendum britannico – dal Sentimento, ossia da un processo cognitivo istintivo, non da una ricerca approfondita delle “ragioni”: a guidarci sarà il convincimento emotivo circa le conseguenze per la nostra vita dell’uno o dell’altro esito. Qui a contare saranno due considerazioni assai diverse. Una riguarda le “conseguenze per gli anni a venire” di modificare (come proposto) o di non modificare la Costituzione. L’altra riguarda le “conseguenze del mattino dopo” sulla guida del paese, proprio mentre in Europa e nel mondo monta tempesta.

La Ragione. Comunque finisca, a Referendum celebrato la macchina della Repubblica deve marciare a spron battuto attuando la Costituzione imperfetta che si ritroverà fra le mani. Se avrà vinto il SI, si dovrà subito tentare di limitare con una legge la degenerazione della qualità dei senatori, si dovrà gestire un ambiguo riparto di competenze fra Regioni e Stato, si dovranno chiarire subito i tanti e oscuri percorsi legislativi Camera-Senato, e altro ancora. Se avrà vinto il NO, si dovrà evitare che la doppia fiducia di Camera e Senato continui a produrre governi senza anima, che il governo abusi dei decreti legge, che un quorum troppo elevato uccida il Referendum abrogativo, e altro ancora. Comunque finisca, insomma, noi tutti dovremo lottare per una “buona attuazione”, altrimenti, in entrambi i casi, non cambierà nulla, anzi monterà solo una grande delusione. E per lottare dobbiamo conoscere sin da ora, al meglio delle nostre possibilità, con la Ragione, di cosa stiamo parlando.

Sentimento e Ragione. Il primo è l’Elefante che con la sua potenza guida le nostre decisioni. La seconda è il Cavaliere che monta l’Elefante: sa guardare lungo e intravede rischi e opportunità e per questo si è guadagnato un ruolo (sussidiario), ma solo se riesce a comunicare con l’Elefante (Utilizzo la metafora dello psicologo morale Jonathan Haidt, permettendomi di declinare i termini Cavaliere ed Elefante in modo difforme dal gergo politico prevalente nell’ultimo venticinquennio). Ecco perché condivido pubblicamente questo pro-memoria personale. Non sono affatto un “esperto” della parte ordinamentale della Costituzione, ma nella vita mi sono trovato ad applicarla in tanti diversi ruoli. E per prendere ora una decisione ho cercato di costruirmi un ponte fra Ragione e Sentimento. Chiedendomi in che modo la riforma costituzionale impatta sui cinque pilastri del “buon governo” a cui tutti aspiriamo: Efficienza, Efficacia, Certezza, Partecipazione, Garanzie. Si tratta delle “conseguenze per gli anni a venire”, insomma dello sguardo lungo, che, affiancandosi alle preoccupazioni per il “mattino dopo”, potrà ispirare il Sentimento nella sua decisione finale.

Il mio ponte è artigianale, ma è fatto con corde intessute grazie a tanti contributi e letture, e ha retto a un primo test nel mio circolo @PDGiubbonari. Sono così arrivato a due conclusioni. Le riassumo brevemente, invitandovi poi alla lettura e augurandomi che il ponte sia usato da altri e che qualcuno magari mi convinca a cambiare idea.

La prima conclusione è un forte invito a non eccitare l’Elefante, né per il SI né per il NO al Referendum. Non ve n’è ragione, perché, sulla base del mio metodo di valutazione, le conseguenze della riforma sulla nostra vita per gli anni a venire non appaiono né positive, né negative. O meglio, come cerco di mostrare, la riforma sembra produrre molte conseguenze lievemente positive e molte lievemente negative, in un bilanciamento incommensurabile che ci spinge alla sostanziale indifferenza sull’esito. Se eccitiamo oggi l’Elefante, lo facciamo senza fondamenta. Quando scoprirà, chiunque vinca, che non ha raggiunto la terra promessa, sarà furibondo e non lo controlleremo più. Per quanto mi riguarda, dunque, mettendo per ora da parte ogni istinto sulle “conseguenze del mattino dopo” – con cui prima del 5 dicembre dovrò pur fare i conti – la soluzione è l’astensione, “astensione attiva”, come mi è stato suggerito, visto che non è segno di disinteresse, ma di un percorso che mira a essere utile per il “dopo voto”: recarsi alle urne e annullare la scheda ne sarebbe il segno più chiaro.

La seconda conclusione riguarda ciò di cui invece dovremmo parlare all’Elefante. Dobbiamo parlargli della “sacralità” del processo democratico che stiamo vivendo, rimediando, noi tutti cittadini italiani, al limite mostrato dal nostro Parlamento nel mancare il quorum dei 2/3. Della saggezza dei nostri Costituenti nel prevedere questo meccanismo rimediale. Della necessità, in questo passaggio drammatico della storia europea, che la nostra Repubblica sia coesa attorno ai Principi, intoccabili e intoccati, della I parte della Costituzione. Della necessità, qualunque sia l’esito referendario, che questi principi siano meglio attuati; e dunque che tutti assieme, dal mattino dopo e comunque finisca, evitando inni alla “vittoria” o alla “tragedia”, si lavori affinché i punti deboli della soluzione che ha vinto siano contrastati e circoscritti e i punti forti esaltati e attuati. Anche perché, grazie al Referendum, li avremo finalmente meglio compresi (se useremo bene le prossime settimane). Dobbiamo tornare a “fare politica”, ad animare di “cultura” il nostro confronto, a monitorare gli esiti, a rivitalizzare i partiti e la cittadinanza attiva perché le cose che sentiamo giuste avvengano davvero. Perché la parte ordinamentale della Costituzione, qualunque sia il risultato, venga applicata al meglio.

Procedo dunque a riassumere in modo sintetico, nello spirito e con linguaggio di un promemoria personale (Manca ad esempio ogni riferimento al testo costituzionale attuale e modificato – che trovate ad esempio molto ben chiosato nelle preziose Appendici del volume di Salvatore Settis “Costituzione!”, Einaudi 2016), i principali effetti che l’insieme dei cambiamenti proposti dalla legge sottoposta a Referendum confermativo sembrano produrre sul funzionamento dell’Ordinamento della Repubblica, giudicato in base a cinque dimensioni:

  1. Efficienza, nel senso di tempestivo adattamento a un contesto volatile (Trascuro qualsiasi riferimento all’efficienza in termini di costi, dal momento che, pur significativi in assoluto, i costi di esercizio degli organi dell’Ordinamento sono statisticamente irrilevanti a fronte dei costi/benefici derivanti da un “cattivo/buon governo”).
  2. Efficacia, nel senso di qualità/impatto delle decisioni sulla nostra qualità di vita.
  3. Certezza, nel senso di stabilità del governo, delle leggi, della stessa Costituzione.
  4. Partecipazione, nel senso di capacità di acquisire direttamente e utilizzare conoscenza e preferenze dei cittadini e dei lavoratori.
  5. Garanzie, delle minoranze e in generale nel senso di auto-correzione sistemica di fronte a eventi/azioni imprevisti o estremi.

È difficile e soggettivo pesare queste dimensioni – quanto siamo pronti a cedere dell’una per avere un tot in più dell’altra? – ma certo se per alcune si osservasse un miglioramento senza che per le altre vi fosse un peggioramento, diremmo che è cresciuta la capacità dell’Ordinamento della Repubblica di realizzare i principi della prima parte della Costituzione, al servizio dei quali l’Ordinamento stesso è posto.

Prima di passare la riforma costituzionale a questo vaglio, servono due caveat su quello che non faccio qui e perché.

Primo, non giudico il processo legislativo con cui la riforma è stata elaborata. Non vi sono dubbi che si tratta di un cattivo processo, visto che non ha raggiunto quel largo consenso parlamentare che i Costituenti hanno cifrato in 2/3 del Parlamento (e che la riforma stessa riconosce valido, non avendo modificato questa previsione). E sul piano politico ha peso l’argomento che questo Parlamento, eletto con legge elettorale poi giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, avrebbe dovuto avvertire doveri e limiti ancor più forti. E tuttavia, grazie alla saggezza dei Costituenti, noi siamo chiamati a porre rimedio a queste deficienze, trasformandoci in “costituenti”. Lo stesso atto referendario, comunque si voti, ri-democraticizza dunque il processo. Votare senza guardare il merito e giudicando il metodo mi appare dunque contraddittorio.

Secondo, non giudico la riforma “in connessione” con la legge elettorale, perché l’Ordinamento della Repubblica su cui siamo chiamati a esprimerci è scelto, come il precedente, per convivere con ogni legge elettorale, “per sé”. Dobbiamo giudicare se sia migliore/peggiore/uguale al precedente indipendentemente dalle leggi elettorali con cui potrà essere combinato. Si dice: “ma la legge elettorale approvata per la Camera è pessima e combinata con la riforma costituzionale …”. Attenzione: la legge elettorale è assai più che pessima, è terribile, perché impedisce una buona selezione di classe dirigente e stravolge la rappresentanza rispetto alle preferenze dei votanti; ma lo è in connessione con qualunque Ordinamento della Repubblica.

E veniamo al vaglio della riforma utilizzando le cinque dimensioni. Accanto a ogni dimensione o sub-dimensione indico con “=” una sostanziale invarianza, con “-“ un peggioramento, con “+” un miglioramento. I segni “=-“ e “=+” indicano effetti lievi.

Ovviamente, pur argomentando sinteticamente i giudizi e i segni che propongo, si tratta – è ben chiaro – di mere “ipotesi di effetto”, assolutamente non dimostrate e opinabili. Per questo uso espressioni come “promette di”, “dovrebbe”, “potrebbe”, “appare”. Queste ipotesi hanno il solo pregio di essere proposizioni trasparenti: chi volesse argomentare il contrario potrebbe e potrà portare quegli elementi di giudizio che io non ho colto o che ignoro. E che magari potrebbero modificare il giudizio finale di “sostanziale indifferenza”. E che con certezza possono accrescere la nostra conoscenza collettiva, utile il mattino dopo, comunque vada a finire.

1. Efficienza (=+)

Due modiche introdotte dalla riforma impattano sull’efficienza, in termini di tempestività: l’abolizione del bicameralismo perfetto, per cui solo una parte delle leggi dovrà ricevere il voto vincolante del Senato (“funzione legislativa esercitata collettivamente”), e l’inserimento di alcuni vincoli temporali nel processo legislativo. Queste modifiche promettono di ridurre i tempi di discussione e approvazione di molte leggi e dunque la capacità di reazione legislativa a fronte di un contesto economico e sociale volatile, che chiede decisioni urgenti. Questo miglioramento appare tuttavia di presumibile lieve portata alla luce delle seguenti considerazioni:

a) la lunghezza delle procedure legislative dipende in larga misura dalla volontà politica, b) nell’esperienza concreta il cosiddetto ping-pong Camera-Senato ha riguardato una parte minoritaria della legislazione, c) la difficoltà di decidere, legge per legge, se debba o non debba scattare il bicameralismo e il fatto che, in ogni caso, il Senato può decidere (“su richiesta di un terzo dei suoi componenti”) di esaminare ogni provvedimento e può “formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera”, possono introdurre ostacoli politici nuovi, e infine d) la reattività di un sistema ordinamentale moderno non si misura tanto con la tempestività di modifica delle sue leggi (come avvenuto ad esempio per le leggi del mercato del lavoro, dove ogni singolo articolo – è la stima di un paper della Banca d’Italia – è stato modificato nei successivi due anni una volta e mezzo), ma con la capacità di adattamento dell’azione amministrativa a normativa data.

2. Efficacia (=-)

Per quanto riguarda l’efficacia intesa come capacità di produrre “buone decisioni”, la riforma impatta su due piani distinti:

A. Efficacia del Parlamento (=-)

Qui considero due canali di influenza della riforma:

  • Singolo passaggio alla Camera (=)
    Appare impossibile determinare il segno del cambiamento sulla base delle informazioni reperite. Infatti, da un lato, si può sostenere che la venuta meno del doppio passaggio riduce la possibilità di identificare errori o mancanze, peggiorando così la qualità delle leggi. Ma dall’altro, si può argomentare che nel ping-pong cresce il peso di gruppi di interesse e dunque un “mercato dei commi di legge” che distorce i provvedimenti. Temerario tirare una somma dei due effetti opposti
  • Selezione e motivazione dei senatori (-)
    Qui l’effetto della riforma appare decisamente negativo. La difficile sostenibilità da parte di Consiglieri Regionali e Sindaci dell’incarico aggiuntivo e non remunerato di “senatore” e l’”immunità parlamentare” di cui si ritrovano a godere (per effetto dell’articolo 68 dell’attuale Costituzione) suggeriscono che si avrà una forte spinta a una “selezione avversa” dei nuovi senatori, che penalizzerà i migliori e più dedicati e retti fra i possibili candidati. Inoltre, essendo prevista una rappresentanza a titolo personale e non una rappresentanza collettiva regionale, i nuovi senatori di ogni Regione non saranno indotti a portare collegialmente in Senato un punto di vista mediato della classe dirigente politica della propria Regione; saranno viceversa indotti a negoziare il proprio voto in Senato (presumibilmente all’interno del proprio partito) per “concessioni” da esibire poi individualmente in sede locale. Non è chiaro se e come la legge che potrebbe intervenire a “regolare le modalità … di elezione dei membri del Senato tra i consiglieri e i sindaci” possa lenire queste criticità.

B. Efficacia del governo multilivello Regioni-Stato (=)

L’efficacia complessiva dell’ordinamento dipende anche dalla capacità di divisione del lavoro e di cooperazione cognitiva fra livelli di Governo. Qui considero tre cambiamenti relativi al livello Regioni (trascuro il tema Province dove la riforma sancisce una situazione già prodottasi):

  • “Il Senato rappresenta le istituzioni territoriali” (=)
    La riforma così recita all’articolo 55. In realtà, come visto sopra, a sedere in Parlamento sono singole figure prive di un impegno di rappresentanza delle proprie Istituzioni. In particolare, il voto dei Consiglieri regionali / Senatori in nessun modo impegna il loro Consiglio e tantomeno il Governo regionale. Non si attiva quindi un canale nuovo di cooperazione fra i due livelli di Governo, e infatti rimarrà operativa la Conferenza Stato-Regioni. Nessun peggioramento, nessun miglioramento
  • Riallocazione di funzioni dalle Regioni allo Stato (=)
    Come noto, la riforma abolisce formalmente la “concorrenza” di funzioni fra Stato e Regioni, prevedendo per i due livelli solo competenze “esclusive” (assegnando alle Regioni anche ciò che non è “espressamente riservato allo Stato”). Tuttavia, per materie fondamentali il nuovo testo, consapevole delle competenze ormai maturate presso le Regioni, suddivide la materia fra due esclusività, delle Regioni e dello Stato: ad esempio per la salute, lo Stato ha le “disposizioni generali e comuni per la tutela della salute”, le Regioni hanno ”la programmazione e organizzazione dei servizi sanitari”. Non sembra dunque prevedibile, nei fatti, un significativo cambiamento (ed è probabilmente un bene), sempre che non si aprano – per via del testo – nuovi contenziosi. D’altro canto, se in alcuni casi si dovesse avere un’effettiva ricentralizzazione di funzioni, nasce un dubbio: è lo Stato pronto (in termini di risorse umane e cultura) a riprendersi tali funzioni? (Si noti a riguardo che il mancato “indirizzo nazionale” successivo al decentramento massiccio del 2001 va attribuito più all’incapacità dello Stato di agire che a un impedimento costituzionale, come mostra il caso della sottoutilizzazione dei commi m e r dell’articolo 117 attualmente in vigore). Tirando le somme, un’invarianza è l’ipotesi più probabile.

Complessivamente, quindi, il presumibile forte effetto negativo su selezione e motivazione dei senatori fa pendere la bilancia dal lato del peggioramento, lieve per via degli altri non-peggioramenti.

C. Certezza (=)

Per certezza si intende qui sia la probabilità che dopo un’elezione politica si possa formare un governo che non sia il collage precario di forze lontane, sia la certezza delle norme: quella dei cittadini, che una volta approvata una legge e adattati i propri comportamenti, se la vedono spesso cambiare per via di un ricorso alla Corte Costituzionale, o – peggio ancora – che una volta approvato/respinto un testo costituzionale rischiano vederselo rimettere in discussione con più facilità di un Regolamento condominiale. Rilevano allora quattro aspetti:

  • Stabilità di governo (+)
    Con l’affidamento alla sola Camera della fiducia al Governo cresce certamente, rispetto al caso attuale di due distinti atti di fiducia, uno per ramo del Parlamento, la probabilità che sia data fiducia a un governo composto da forze politiche coese, “con un’anima” ho scritto prima. Non era il solo modo di ottenere questo esito, ma è certamente positivo.
  • Iter parlamentare (-)
    Le molteplici possibilità previste in merito al coinvolgimento del Senato nel procedimento legislativo e la farraginosità del testo daranno presumibilmente luogo a incertezze nel Parlamento e fuori, foriere di tensioni politiche.
  • Impugnabilità da parte delle Regioni (=)
    Per il motivo già richiamato – il fatto che il voto dei Consiglieri Regionali / Senatori non impegna la volontà del legislativo, né dell’esecutivo delle proprie Regioni – nulla dovrebbe cambiare circa l’incertezza legata alle contestazioni di incostituzionalità.
  • Stabilità costituzionale (-)
    Il processo con cui la riforma è stata approvata e il mancato conseguimento (come già in precedenti riforme, ma mai per così tanti articoli) del quorum dei 2/3, mentre non inficia in sé il testo che votiamo – come ho argomentato prima – introduce ulteriore incertezza nella stabilità nel tempo della parte ordinamentale della Costituzione. Forte sarà la convinzione, in caso di approvazione della riforma con un margine non eclatante di voti, che essa sarà presto nuovamente modificata.

È quasi impossibile pesare i due effetti opposti sulla stabilità costituzionale e dei governi. Me la cavo ipotizzando che l’insieme degli effetti produca sostanziale invarianza. Pronto a rivedere il giudizio di fronte a robusti argomenti.

D. Partecipazione (=+)

La riforma costituzionale propostaci non apre purtroppo (salvo un assai vago riferimento a “formazioni sociali” nel prevedere possibili “altre forme di consultazione”) alle nuove forme di partecipazione attiva e diretta alle pubbliche decisioni che, in forme variegate di cittadinanza attiva, rappresentano la novità più sfidante delle nostre democrazie. E neppure apre al tema delle nuove forme di collaborazione (attiva e autonoma, o viceversa passiva e subordinata) dei lavoratori nelle imprese, che segna una delle linee evolutive del capitalismo. Sono due fenomeni che assumono particolare rilievo anche in Italia e che, più di altri, domandavano un adeguamento dell’Ordinamento della Repubblica. Ma la riforma ritocca in modo significativo le forme tradizionali di partecipazione diretta dei cittadini alle pubbliche decisioni:

  • Forme tradizionali di partecipazione diretta dei cittadini (=+)
    Viene ridato spazio al referendum abrogativo, prevedendo che, ove sia proposto da almeno 800mila cittadini (anziché le 500mila, cifra minima), il quorum del “50%+1” sia calcolato sul numero di votanti alle ultime elezioni politiche, anziché sul numero dei cittadini aventi diritto. Innalzando il numero di richiedenti da 50mila a 150mila, viene previsto che le leggi di iniziativa popolare debbano essere esaminate dalla Camera. Infine, affida a una legge la possibilità di introdurre “referendum popolari propositivi e d’indirizzo nonché … altre forme di consultazione”. A questi effetti positivi si contrappone la perdita da parte dei cittadini della possibilità di selezionare in modo diretto i membri del Senato.

Nessuna attenzione, invece, al lavoro. Alla opportuna abolizione del CNEL, che non ha conseguito la propria missione, non corrisponde alcuna soluzione per presidiare l’impegno di cui l’articolo 3 della Costituzione fa carico alla Repubblica: “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono … l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Un’occasione persa dall’intero Parlamento. Il giudizio complessivo resta lievemente positivo.

E. Garanzie (=)

La prima e più importante cosa da notare in termini di garanzie, tema che era delicato nel 1948 e resta delicato, specie di fronte ai rischi involutivi di questa fase, è che la riforma costituzionale non accoglie in alcun modo il tentativo in corso da oltre venti anni (che pure ha avuto aperture in passato anche nel centro-sinistra) di stravolgere la nostra democrazia parlamentare in una democrazia presidenziale. In particolare, restano immutati i poteri del Presidente della Repubblica:

  • Presidente della Repubblica (=)
    Il Presidente conserva il potere di nomina del Presidente del Consiglio e, su proposta di questo, dei Ministri: passaggio decisivo per assicurare che il Presidente del Consiglio sia un primus inter pares, e che i Ministri, se ne hanno competenza e forza, diano vita in Consiglio a quel confronto acceso e informato che è decisivo per ben governare. Il Presidente conserva anche gli altri poteri e fra questi quello di indire le elezioni, sciogliere la Camera, chiedere alla Camera una nuova deliberazione prima di promulgare una legge. Per quanto riguarda la sua elezione (da parte congiunta di Camera e Senato), la nuova previsione per cui, “dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza di tre quinti dei votanti” (anziché la “maggioranza assoluta” ma “dell’assemblea”, come prima) potrebbe creare situazioni paradossali in presenza di elevata astensione.
  • Corte Costituzionale (=)
    Conserva poteri e modalità di nomina ed è aggiuntivamente investita del potere di “giudizio preventivo di legittimità costituzionale [delle leggi elettorali di Camera e Senato] … su ricorso motivato presentato da almeno un quarto dei componenti della Camera o da almeno un terzo dei componenti del Senato …”. Questa previsione serve a evitare il paradosso di “scoprire” che una legge elettorale è incostituzionale dopo averla già utilizzata, come avvenuto.

A fronte di questi presidi, si riduce, ovviamente, la funzione di garanzia implicita nel bicameralismo perfetto, ossia nel ruolo vincolante del Senato nell’approvazione di tutte le leggi. Tuttavia, il fatto che il Senato possa, come ricordato, “su richiesta di un terzo dei suoi componenti”, esaminare ogni disegno di legge e deliberare “proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva” e inoltre possa “svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera”, mentre riduce i miglioramenti di efficienza, crea un meccanismo di garanzia. Complessivamente appare emergere anche qui un giudizio di invarianza.

E siamo alla conclusione. È ora chiaro, mi auguro, perché mi sono convinto che l’insieme della riforma né peggiora, né migliora la capacità dell’Ordinamento della Repubblica di attuare i principi della Costituzione stessa, ossia di “farci vivere al meglio”. Certezza e Garanzie sembrano restare invariate. Per Efficienza e Partecipazione sembra esservi un lieve miglioramento. Ma l’Efficacia sembra peggiorare. Ecco che la Ragione (il Cavaliere), provando a guardare lontano, non ha alcuna ragione di eccitare il Sentimento (l’Elefante) né verso il SI, né verso il NO. Ma deve piuttosto spronare la sua potenza a emozionarsi per la “sacralità” dell’esercizio democratico che stiamo compiendo, e per l’impegno che, comunque finisca, ci attende dopo il voto per attuare la nostra Costituzione.

35 commenti L’Elefante e il Cavaliere: Promemoria sul Referendum Costituzionale

  1. Pasquale Pasquino NYU Prof. in Law and Politics

    Caro Barca, due brevi osservazioni sul suo testo che meriterebbe più sviluppati commenti.
    1. lei scrive:
    “la legge elettorale è assai più che pessima, è terribile, perché impedisce una buona selezione di classe dirigente”. Quale sarebbe secondo lei una buona legge elettorale? Astenersi è facile, ma bisogna pure avere un atteggiamento costruttivo quando si critica in modo così netto. Sennò uno ruba il mestiere a Grillo.
    2. Lei è un bravo economista. Mi stupisce che pur avanzando previsioni sull’impatto della riforma costituzionale lei si astenga dal fare qualche considerazione sugli effetti del risultato del referendum sulla situazione economico-finanziaria del paese.
    Dobbiamo pensare che Berlusconi, Salvini e Meloni abbiano ragione pensando che non vi sarà alcuna conseguenza e che i risparmiatori italiani e le le aziende possano dormire sonni tranquilli astenendosi e facendo tutta fiducia a quelli che magari in modo partigiano andranno a votare?
    Lei non è uno che si lava le mani. Sembra pensare che tutta questa vicenda della riforma costituzionale sia totalmente irrilevante e che il 4 dicembre gli italiani intelligenti possano andare al mare (pardon a sciare).
    Io sono d’accordo con lei che si sta facendo una guerra (iniziata da costituzionalisti come Zagrebelsky) su una riforma che è solo un primo passo avanti verso un sistema costituzionale un po’ meno idiosincratico rispetto a quello dei partner europei (per mestiere mi occupo di diritto costituzionale comparato a New York University). Ma purtroppo questo è il paese dei guelfi e dei ghibellini. Per evitare la zuffa, il 4 dicembre si può andare a sciare, per chi ha i soldi per farlo, sennò starsene al bar a parlare di calcio.

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  2. PIERO MORPURGO

    Caro Fabrizio, alcuni tuoi ragionamenti sono affascinanti e fanno pensare; però sulla Presidenza della Repubblica mi sembri eccessivamente fiducioso, il pasticcio dell’art. 70 c’è, non ti preoccupi di un altro squilibrio dato da come vengono elette le città metropolitane. Nell’insieme sembra che chi ha redatto la Riforma Boschi non abbia mai considerato i lavori della Costituente. Comunque le mie riflessioni sono qui: http://www.gildavenezia.it/costituzione/ Un caro saluto, ciao Piero Morpurgo

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  3. Mario Rossi

    è proprio vero che l’economia è “la triste scienza”, ma proprio la più triste e probabilmente (=+-) la più dannosa delle scienze.

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  4. Riccardo

    Caro Fabrizio,
    Voterò SI perché- meno dottamente di te – ho trovato nella riforma quel piccolo miglioramento, piccolo ma decisivo. Un po’ come uno scambio utile sulle rotaie della nostra democrazia. Non vedo attentati ad essa. Grazie! Il tuo articolo è la primo pensiero intelligente vero e comprensibile sol tema. Un caro saluto, Riccardo

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  5. Sss

    Dispiace leggere queste considerazioni da una persona stimata e che seguo da tempo come Lei, dott. Barca.
    Si può anche accettare il consiglio a non enfatizzare le ragioni del SI e del NO, perchè molto dipenderebbe da come quelle modifiche costituzionali verrebbero eventualmente tradotte attraverso leggi primarie e sentenze della Corte Costituzionale (l’ordinamento sancito dalla Costituzione del 1947 è stato definito nei successivi 30 anni e questo dovrebbe far riflettere sull’impatto dell’attuale riforma). Lei, d’altro canto, da conoscitore esperto di politica, dovrebbe sapere che in tutte le campagne elettorali l’esagerazione è la norma e sembra sterile il consiglio a non eccitare/eccitarsi.
    Sarebbe stato più utile che avesse detto quali sono gli aspetti specifici che Lei apprezza o meno dell’attuale riforma, invece di tentare una valutazione generale (che sarebbe meglio lasciare ai costituzionalisti) per raggiungere una “sostanziale indifferenza sull’esito”. Si contraddice poi, ahimè, quanto sostiene prima “l’astensione attiva” e poi parla di “sacralità del processo democratico”. Nel referendum confermativo non c’è quorum, quindi l’esito è valido in ogni caso e di conseguenza non si vede come l’astensione possa essere attiva. Se il processo democratico è sacro perchè consiglia di “recarsi alle urne e annullare la scheda”? Se tutti seguissero questo consiglio il referendum sarebbe di fatto inutile e, visto l’assenza del requisito sul quorum, la riforma rimarrebbe valida pur essendo votata da meno dei 2/3 del parlamento. Cosa c’è di democraticamente sacro in tutto ciò?
    L’accento sul “dopo” lascia immaginare che questo goffo (sic!) tentativo potrebbe avere altre motivazioni, più politiche ma su cui non riesco a fare altre considerazioni. La mia visione su questo piano è che, dopo il fallimento della commissione per la riforma del Pd, sarebbe meglio cercare di dialogare con altri, all’interno del partito o fuori di esso, per capire come rilanciare una sinistra, di governo ma pur sempre sinistra, non la destra che Renzi attualmente rappresenta. Persone competenti come Lei, dott. Barca, sono ciò di cui il paese ha bisogno, ma forse occorrerebbe abbandonare strade utopistiche di cambiamenti guidati da una sola persona e avere il coraggio di lavorare con i rappresentanti che sono più vicini alle proprie posizioni. L’impegno per la selezione di una classe dirigente è encomiabile, ma se e quando questa sarà pronta potrebbe non essere troppo tardi. l I tanti che partecipano in iniziative come “luoghi ideali” ecc sono sicuramente un buon segno, ma sono una goccia rispetto al mare del potenziale elettorato di sinistra. L’elettorato che ha bisogno di sinistra non ha probabilmente nemmeno il tempo, i mezzi culturali e la forza di partecipare, oggi come lo è stato in passato. Per rappresentarlo forse bisognerebbe non trascurare il ruolo, un po’ fuorimoda ormai, del politico che dà risposte invece di cercarle nel popolo. Per la politica 2.0 in Italia basta e avanza il Movimento 5 Stelle, con esiti evidenti. Servirebbe invece l’unica cosa che secondo me può guidare il politico competente ed onesto: il senso di responsabilità. Se non se l’assumono questi chi può farlo?
    Con stima,
    un cittadino

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  6. Carlo di Renzo

    Aggiungerei che, forse, si dovrebbe stabilire “per Costituzione” quali requisiti minimi debbano avere i partiti politici (o movimenti, se piu’ vi piace) per poter accedere alla gara politica, ovvero essere ammessi alle elezioni. Le elezioni sono parte di un processo democratico e i partiti, a loro volta, devono essere “democratici”, ovvero essere dotati di regolamenti interni adeguati al ruolo che sono chiamati a svolgere…

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  7. Stefano Innocenti

    Illuminante, come sempre. Solo, mi sembra sottovalutato il contributo di confusione che un testo farraginoso può generare. Grazie

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  8. Maurizio

    un’analisi francamente pilatesca, mi spiace ma non la condivido affatto. Per me la riforma è invece un passo importante per rendere le nostre istituzioni più efficienti e in linea con le democrazie più avanzate ed eliminare la vergogna dei costi eccessivi e della ridondanza dei rappresentanti.

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  9. Francesco

    Quindi se capisco bene lei crede che votare si o no o astenersi sia uguale. Nessuna diversa conseguenza politica ed economica se la riforma passa o viene bloccata….. non so che dire, io vedevo un sacco di differenze, ma se lo dice lei che è economista sarà così. Comunque se è proprio uguale io, se non le dispiace, voterei comunque SI. Non vorrei contassero qualcosa giornaletti tipo il Financial Times (Una vittoria dei no avrà “Gravi conseguenze per tutta l’Europa”), o diplomatici come l’ambasciatore USA (non fare la riforma è un “passo indietro per l’Italia) o agenzie di rating quali Fitch (una bocciatura della riforma “aumenterebbe significativamente i rischi di natura politica” vanificando gli sforzi “per migliorare la produttività e la crescita”, necessaria ad allentare le “abbondanti» e persistenti pressioni su imprese e banche di un Paese altamente indebitato”m con rischio di crollo della fiducia nell’Italia da parte dei mercati internazionali), e vari altri, che probabilmente sbagliano tutti, ne capiscono poco… ma… essendo uguale… non ci costa nulla… invece di annullare la scheda mettiamo un bel SI, e approviamo questa riforma… forse almeno un qualche risparmio sullo spread potrebbe venir fuori….

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  10. Alfredo

    Ciao fabrizio, ho letto l’articolo 70, è confuso non si capisce, come è possibile votare si oppure annullare la scheda quando gli elettori non sono informati sulla vera ragione per la quale siamo chiamati a votare.
    Fai dei corsi on line e spiega gli articoli più controversi in modo semplice e comprensibile a TUTTI, vedrai che anche tu forse voterei No!
    Ciao Alfredo

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  11. massimo carli

    Complimenti per l’articolo. Aggiungerei queste considerazioni.
    1. Le disposizioni generali e comuni dello Stato nelle materie regionali riguardano otto materie; sei di queste rientrano tra le materie per le quali è possibile il c.d. regionalismo differenziato, cioè la possibilità per la singola regione ordinaria di ottenere maggiore autonomia (art. 116, terzo comma). Quindi le regioni che funzionano bene potranno evitare che lo Stato intervenga in sei delle otto materie in cui lo Stato può dettare disposizioni generali e comuni.
    2. Con la riforma il Governo non avrà più la necessità di approvare decreti legge perché potrà utilizzare i disegni di legge a data certa. Inoltre, la riforma prevede molti limiti di contenuto ai decreti legge.
    3. Lei cita, giustamente, il secondo comma dell’art. 3 della Costituzione: “E’ compito della Repubblica [quindi dello Stato, delle Regioni e dei Comuni] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”. Questo compito, mi pare pacifico, è ancora da realizzare. La realizzazione del compito richiede riforme che costano in termini elettorali e che quindi solo Governi stabili possono attuare: con la riforma i Governi dureranno, normalmente, cinque anni mentre finora hanno avuto una durata media di poco più di un anno. Non è detto che un governo stabile faccia le riforme richieste dall’art. 3 della Costituzione, ma governi di breve durata sicuramente non le faranno, come non le hanno fatte finora.
    4. Con la riforma avremo la Camera delle Regioni o delle autonomie e quindi le loro esigenze potranno essere fatte valere in sede di formazione della legge, dentro il Parlamento, prima che la legge sia approvata e non, come ora, solo dopo davanti alla Corte costituzionale.
    5. Una Camera sola che dà la fiducia impedisce che il Governo abbia la fiducia in una Camera ma non nell’altra. Così potremo avere Governi stabili, che potranno dare attuazione all’art. 3 della Costituzione.

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    1. federico buffoni

      Referendum costituzionale 2016: perché (ad oggi) penso di votare SI

      Approfitto del lavoro svolto da Barca (“Promemoria sul referendum costituzionale”) per dare forma alle valutazioni che da tempo faccio. Il metodo utilizzato ha alcuni vantaggi:
      – esclude dalla valutazione il falso problema del “combinato disposto” (connessione con legge elettorale) ed esclude anche un giudizio sul processo legislativo: l’art.138 della costituzione è stato ottemperato e per la Corte costituzionale (sentenza sul porcellum), “le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare”;
      – non viene utilizzato (salvo in un caso) l’argomento “si poteva fare meglio” che al punto in cui siamo non ha alcun senso, per noi chiamati ad esprimerci, se vogliamo, con il voto si-no.

      Propendo per una valutazione simile a quella di Barca per i seguenti temi: Efficacia-”singolo passaggio alla Camera” e “rappresentanza Senato”; Certezza: “stabilità governo” e “impugnabilità da Regioni”; Garanzie.
      Per gli altri temi ecco in sintesi i motivi (espressi solo rispetto alle argomentazioni di Barca) delle differenze di valutazione.

      Efficienza: da “lieve miglioramento” a “miglioramento”. Poichè quasi tutti gli interventi del Senato (obbligatori o facoltativi) hanno tempi certi, così come le proposte del Governo, il miglioramento non è lieve ma evidente; l’indispensabile capacità di adattamento dell’azione amministrativa non riguarda, purtroppo, la riforma.

      Efficacia “selezione e motivazione Senatori”: da “peggioramento” a “invarianza”. Immunità e rappresentanza a titolo individuale sono uguali ad ora, le modalità di selezione necessitano di una specifica norma, il ddl “Chiti ed altri” ad esempio pare risolvere sufficientemente il tema della scelta da parte degli elettori, quanto all’aspetto “motivazionale” l’unica differenza è l’assenza di remunerazione per l’attività di senatore, che ovviamente potrebbe spingere al meglio, rispetto ad ora.
      Efficacia “funzioni da Regioni a Stato”: da “invarianza” a “lieve miglioramento”. Certo ci vorrà del tempo e forse delle sentenze della Corte Costituzionale, ma il risultato finale, rispetto ad ora non potrà che essere un po’ migliore.

      Certezza “iter parlamentare”: da “peggioramento” a “invarianza”. Dopo un periodo di assestamento, foss’anche non breve, non sarà peggio da ora.
      Certezza: “stabilità costituzionale” da “peggioramento” a “invarianza”. L’art 138 della costituzione, rimane invariato, dunque non varia la stabilità costituzionale.

      Partecipazione da “lieve miglioramento” a “miglioramento”. Le forme esistenti di partecipazione (referendum abrogativi e propositivi) migliorano nettamente. Il fatto che “si poteva fare di più” non inficia il miglioramento.

      In conclusione mentre efficacia, certezza e garanzie sembrano restare invariate per efficienza e partecipazione è possibile prevedere un miglioramento.

      Federico Buffoni

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  12. Pingback: L’Elefante e il Cavaliere: Promemoria sul Referendum Costituzionale – hookii

  13. Federico Pisano

    Caro Fabrizio,
    ti do del tu dal momento che una volta tra noi Compagni così si dialogava.
    Ti ho sempre seguito con stima e apprezzato sempre le tue azioni (anche l’epurazione per i circoli Romani) e mi dispiace un po che per alcuni versi ti sia ritirato “sull’Aventino”.
    Ora leggo la tua dotta analisi sul Referendum costituzionale e rimango molto perplesso sull’indicazione che alla fine dai.
    Questa riforma predicata da tempo da molti autorevoli Compagni che ci hanno preceduto, che certo è frutto dei soliti compromessi, ma a mio avviso, guarda al ricompattamento dello Stato (sai meglio di me che le Regioni, seppur buone nelle intenzioni costituenti, hanno contribuito, con la gestione di uomini iniqui, l’Italia ad uno sfacelo); il grande sogno di Garibaldi, e non solo di lui, è stato diluito in mille centri di potere ( siamo tornati all’Italia dei Comuni e dei condomini).
    Per cui ti prego riprendi l’impegno nel nel partito in maniera chiara e incisiva, non vorrei più leggere che hai dato dimissioni, abbiamo bisogno di te e scrivi anche per L’Unità, Sergio ha bisogno di voci come la tua.
    Federico Pisano

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  14. Luigi Piero Ippolito

    Caro Barca, ho grande stima di lei ed avrei apprezzato un suo più importante impegno politico. Mi dispiace abbia deciso diversamente. Ho trovato interessanti, anche sul piano metodologico, le sue argomentazioni. Tuttavia l’impressione che se ne trae è quella della sostanziale irrilevanza di questo complesso e costoso passaggio referendario. A questo punto, raccogliendo il suo suggerimento a lavorare subito dopo il voto per migliorare i punti deboli ed esaltare i punti forti del testo che risulterà vincente, mi parrebbe più saggio votare NO perché in tal modo almeno si avrebbe il vantaggio di partire da un testo conosciuto e collaudato. Inutile dire che la vittoria del NO, prescindendo per un momento dalle possibili conseguenze politiche ed economiche, metterebbe in seria discussione la serietà e competenza della classe dirigente che ha fortemente voluto una riforma sostanzialmente inutile, sulla quale ha, di fatto, concentrato la propria missione. Detto questo e sulla base di ragionamenti assai meno analitici dei suoi avevo già deciso di non partecipare a voto. Prima di salutarla un’ultima considerazione sul collegamento con la legge elettorale denominata “Italicum”. Concordo con lei sul fatto che sia “orribile” e vada cambiata al più presto a prescindere dalla Riforma Costituzionale, ma non sono così sicuro che il combinato disposto sia irrilevante. Un Cordiale Saluto

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  15. Raffaele Malizia

    Grazie davvero Fabrizio per il contributo alla riflessione, tanto più importante in quanto mette al centro la necessità di guidare le decisioni con la Ragione, governando e tenendo a bada – in particolare in una materia come la riforma della legge fondamentale della Repubblica – la facoltà appetitiva e quella passionale dell’anima, avrebbe detto Platone. Non ha proprio senso, da parte di nessuno, trasformare la consultazione in una sfida fra tifoserie che si confrontano a base di reciproci insulti e urla, contribuendo ancor più al declino prima di tutto culturale e civile di questo nostro Paese.
    Dunque colgo l’invito a far prevalere la Ragione, accettando l’interessante schematizzazione in 5 componenti principali su cui valutare gli avanzamenti o i regressi che dovrebbe favorire la nuova carta costituzionale rispetto alla vigente. Mi sembra un esercizio dovuto perché il quesito referendario ha in realtà un vizio, che è quello della sua complessità in quanto compendia in un unico pacchetto le materie più diverse attinenti al nostro ordinamento e imponendo quindi l’accoglimento o il rifiuto in blocco della revisione costituzionale. Con la semplificazione, espressamente ricordata da Fabrizio, di non prevedere pesi differenti per le 5 componenti e ricavando quindi il giudizio finale come media semplice delle specifiche valutazioni.
    Su molti dei punti toccati e delle relative valutazioni sono d’accordo, su altri meno: ne indico in particolare tre:
    1) circa la componente “efficacia parlamentare” ritengo che il singolo passaggio delle leggi alla Camera sia comunque un fatto utile perché nel ping-pong fra le camere (cito) “cresce il peso di gruppi di interesse e dunque un “mercato dei commi di legge” che distorce i provvedimenti”. Abbiamo incredibili esempi di norme che contengono errori e contraddizioni che a loro volta determinano effetti a catena di difficoltà amministrative e crescita del contenzioso. Questo aspetto ha assunto nel tempo un rilievo ben maggiore rispetto a quello, pure citato da Fabrizio, per cui “la venuta meno del doppio passaggio riduce la possibilità di identificare errori o mancanze, peggiorando così la qualità delle leggi”. Purtroppo il doppio passaggio è sempre più divenuto (anche per lo spessore culturale e di competenza dei parlamentari che si è progressivamente ridotto nel tempo) fonte di complicazione e confusione che ha fatto perdere il senso originario del doppio esame quale filtro per l’ottimizzazione della funzione legislativa. Su questo aspetto quindi la mia personale valutazione non è “=” ma “=+”.
    2) Circa la componente “efficacia del governo multilivello Regioni-Stato” il mio giudizio è decisamente per il “+” in quanto, con riferimento al sottotema “Riallocazione di funzioni dalle Regioni allo Stato” enucleato da Fabrizio, la riforma mira a meglio esplicitare le attribuzioni delle funzioni legislative e a superare alcuni nodi problematici – alcuni dei quali veri e propri errori – del testo dell’art. 117 che ci ha consegnato la revisione del 2001. Fra gli altri valuto molto positivamente la riconduzione o esplicitazione in capo allo Stato delle potestà legislative su: coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario (lettera e), norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale (lettera g), disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare (lettera m), previdenza sociale, ivi compresa la previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro (lettera o), oltre al coordinamento informativo statistico e informatico dei dati, anche quello dei processi e delle relative infrastrutture e piattaforme informatiche dell’amministrazione statale, regionale e locale (lettera r), ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo (lettera s), e le nuove lettere t) ordinamento delle professioni e della comunicazione; u) disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile; v) produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia; z) infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione d’interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale. Si tratta di materie su cui l’assenza di chiarezza e anzi l’inconcepibile attribuzione di funzioni nazionali alle Regioni (v. ad es. i casi delle grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia) rappresentavano contraddizioni e fonti di contenzioso che vengono eliminate alla radice, restituendo maggiore razionalità e sostenibilità all’intera architettura di stampo federale che dal 2001 caratterizza il nostro ordinamento.
    Pertanto, l’intera dimensione 2. Efficacia, nella mia valutazione, merita un giudizio finale “+” invece di “=-” espresso da Fabrizio
    3) Riguardo alla dimensione Certezza, con riferimento all’“iter parlamentare” molto dipenderà dai regolamenti parlamentari, per cui in attesa di questi sospenderei il giudizio dando una valutazione di “=”; analogamente per la “stabilità costituzionale”: la percezione di una sua emendabilità non straordinaria è purtroppo qualcosa che nasce nel 2001 ed è passata poi per il tentativo di revisione fatto dal centro destra e poi bocciato dal referendum. Tuttavia il fatto che comunque si tenga un referendum induce di per sé un “sentiment” di sacralità della carta costituzionale che solo la maggioranza della popolazione (dei votanti) può decidere di modificare in assenza dei famosi 2/3 in parlamento. La mia valutazione su questo punto è quindi ancora “neutra”. La condizione, ovviamente, è che la consultazione referendaria non sia uno scontro fra tifoserie ma qualcosa di più nobile. E’ necessario che tutte le parti riacquistino – se mai l’hanno avuto – il senso di responsabilità istituzionale minimo necessario, almeno in queste occasioni topiche.
    Concludo quindi dando una valutazione finale “=+”. Pertanto voterò sì al referendum ed eviterò la tentazione di annullare la scheda. Anche perché qui non si tratta di protestare contro qualcuno o contro il sistema dando un segnale di alterità, qui si tratta – indipendentemente dall’esito finale – di salvaguardare proprio quella “sacralità dell’esercizio democratico che stiamo compiendo” richiamata alla fine da Fabrizio, perché stiamo decidendo della base portante della nostra democrazia, non degli esiti di una qualunque elezione.

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  16. Andrea Capussela

    Caro Fabrizio,
    bella e giusta la metafora dell’elefante, ma il cavaliere ha fatto male i conti. Non condivido né il tuo giudizio di equivalenza, né la tua tesi che per decidere come votare la riforma costituzionale debba essere valutata separatamente dalla legge elettorale.
    Questa tesi presuppone una costituzione tendenzialmente permanente e leggi elettorali potenzialmente mutevoli, che vivono su piani diversi. Questo è vero solo in astratto, perché la legge elettorale può incidere pesantemente su alcuni poteri fissati dalla costituzione e indirettamente mutarne l’assetto. È proprio il caso di questa legge elettorale, che col premio e i nominati riduce sia la reciproca autonomia tra legislativo ed esecutivo, sia la loro responsabilità politica verso i cittadini (oltre a deteriorare la qualità della classe politica, come tu dici). E gli effetti saranno potenzialmente di lunga durata, per via degli incentivi che la legge stessa genera: perché una classe politica di qualità calante avrà un incentivo crescente a limitare la propria controllabilità da parte della società e la propria responsabilità verso gli elettori, e quindi manterrà (o peggiorerà) questa legge elettorale sinché non interverranno variabili diverse da quelle controllate da queste due riforme (i meccanismi informali di responsabilità politica).
    Separare le due riforme ti porta poi a trascurare la loro impostazione di fondo, che è comune e molto chiara. Qui vediamo una classe politica largamente screditata che doveva decidere come reagire alla scarsa fiducia dei cittadini e ha scelto una strategia puramente difensiva: invece di aprirsi alle domande, pressioni e proposte della società, quella classe politica ha preferito rinchiudendosi nelle istituzioni (la mia analisi è qui: http://blogs.lse.ac.uk/europpblog/2016/09/27/italys-constitutional-reform-is-ill-conceived/ ). È questo il senso del premio, dei nominati, e dell’abbandono dell’elezione diretta del senato: in sostanza, la classe politica ci sta dicendo ‘dateci un mandato a governare per cinque anni, lasciateci fare, e ci giudicherete alla fine’. In questa impostazione la partecipazione dei cittadini non serve, ed è soprattutto per questo che la strategia è retrograda, dannosa, e non funzionerà. Il NO serve (anche) a bocciarla.
    Neppure tu credi davvero alla separatezza delle due riforme, del resto, perché quando parli di stabilità dei governi tieni necessariamente conto della legge elettorale. Nel paragrafo ‘Certezza’ tu scrivi: ‘Con l’affidamento alla sola Camera della fiducia al Governo [la stabilità di governo] cresce certamente, rispetto al caso attuale di due distinti atti di fiducia, uno per ramo del Parlamento, la probabilità che sia data fiducia a un governo composto da forze politiche coese’. Ma è chiaro che, scritto così, il tuo argomento non regge.
    Che i governi saranno più stabili, e le maggioranze più coese, lo puoi dire solo in base alla legge elettorale (il premio). Di per sé il bicameralismo paritario non nuoce alla stabilità dei governi, né in teoria (basta una legge elettorale che produca maggioranze omogenee nelle due camere, come è quasi sempre stato), né in pratica (tranne uno o due nessuno dei nostri sessanta governi è caduto per aver perso la fiducia di una sola camera). La stabilità non dipende da quante camere devono dare la fiducia ma da che maggioranze hanno, e quindi da come sono elette (e da altre cose costituzionali tipo fiducia costruttiva).
    Lo stesso vale per un passaggio cruciale del tuo giudizio di equivalenza. Tu scrivi (in ‘Garanzie’) che ‘[l]a prima e più importante cosa da notare in termini di garanzie, tema che era delicato nel 1948 e resta delicato, specie di fronte ai rischi involutivi di questa fase, è che la riforma costituzionale non accoglie in alcun modo il tentativo in corso da oltre venti anni… di stravolgere la nostra democrazia parlamentare in una democrazia presidenziale’.
    Ma il tuo argomento è puramente formale. È vero che restiamo una democrazia parlamentare, ma con questa legge elettorale la sua sostanziale trasformazione in forma presidenziale fa un significativo passo in avanti: perché ci saranno candidati ufficiali a primo ministro; perché il ballottaggio si concentrerà su questi candidati; e perché chi vince avrà una maggioranza solida e affidabile. Questa è molto più simile a un’elezione presidenziale che a un’elezione parlamentare. E non c’è nessuna ragione di ritenere che l’effetto non sarà di lunga durata, perché gli incentivi creati dalla legge elettorale vanno tutti nella direzione di mantenere questo sistema indirettamente presidenziale.
    Il tuo formalismo è ancora più evidente quando scrivi, subito sotto, che ‘[i]l Presidente conserva il potere di nomina del Presidente del Consiglio’. Mentre è ovvio che questo potere sarà vuoto, perché il presidente dovrà (e non potrà fare altro che) nominare il vincitore del ballottaggio. Il presidente riacquisirà questo potere, e quello di sciogliere la camera, solo nei casi patologici (se la maggioranza del 55% si sfalda, etc.).
    Passo al tuo giudizio di equivalenza.
    Se segui la tua impostazione originaria, che trascura la legge elettorale, devi togliere da Certezza (che valuti ‘=’) il ‘+’ della stabilità dei governi, che deriva solo dalla legge elettorale. E poi ci sono i pesi e le ragioni. Conterà pur qualcosa che il punto più importante della riforma (l’abbandono dell’elezione popolare diretta del senato, conservandogli importanti poteri e senza trasformarlo in vera camera delle autonomie) è privo di ogni giustificazione razionale: il suo scopo, evidentemente, è il suo effetto, ossia privarci del diritto di eleggere direttamente il senato. Questo pesa molto secondo me.
    Se invece tieni conto anche della legge elettorale, torna il ‘+’ della stabilità dei governi, ma il capitolo Garanzie (che valuti ‘=’) diventa sicuramente un ‘-’. Ed è un meno pesante perché avremo un presidenzialismo mascherato, privo dei contrappesi dei presidenzialismi formali (tipo il ‘divided government’ americano).
    Infine, nel tuo giudizio non includi un punto al quale accenni nell’introduzione, quando scrivi che ‘[s]e avrà vinto il NO, si dovrà evitare che… il governo abusi dei decreti legge’. Implicitamente, stai dicendo che la riforma limiterà l’abuso dei decreti legge. Questo è molto discutibile, per due ragioni. Primo, i limiti ai decreti legge c’erano già, definiti dalla corte costituzionale (con lo stesso valore di una norma costituzionale esplicita): quindi la riforma non porta alcuna novità sostanziale. Secondo, la corsia preferenziale per le leggi non eviterà l’abuso dei decreti legge. È facile dimostrarlo. L’abuso dei decreti è frequente e impunito. La riforma crea un incentivo positivo a smettere (la corsia preferenziale) ma nessun incentivo negativo (una sanzione). Quindi i governi futuri non avranno ragione di ritenere che futuri abusi saranno puniti, perché il sistema non si è dimostrato in grado di farlo ne vuole farlo. E siccome i decreti sono ‘meglio’ della corsia preferenziale, perché entrano in vigore subito e se ne discute dopo, i governi continueranno ad abusarne quando la corsia preferenziale non gli basterà (vuoi perché hanno fretta, vuoi perché non vogliono noie nella discussione parlamentare). Quindi l’abuso diminuirà in termini puramente numerici, ma non ne diminuirà la gravità politica e costituzionale, che è quello che conta.
    Concludo con un’ulteriore ragione per guardare assieme le due riforme, di natura tattica. Chi avesse un giudizio neutro alla riforma costituzionale, come il tuo, e però ritenesse che la legge elettorale non vada bene, avrebbe ogni ragione di votare contro la riforma: perché questo è l’unico modo certo di forzare una revisione della legge elettorale (siccome non si applica al senato, di fatto dovrà essere rivista).
    Certo, il parlamento ha promesso che rivedrà comunque la legge elettorale: ma la certezza che questo avverrà c’è solo se vince il NO (se vince il SI la maggioranza potrebbe perdere interesse alla modifica, salvo sui dettagli anti 5 stelle). Certo, non sappiamo come la cambieranno, ma quantomeno si aprirebbe un dibattito. Inoltre, la vittoria del SI sarebbe sicuramente percepita come una sostanziale approvazione anche della legge elettorale, anche perché le due riforme sono state presentate come due parti di un unico disegno di riforma, mentre una vittoria del NO sarebbe percepita come un giudizio negativo, quantomeno sulle parti più controverse della legge elettorale (premio di maggioranza e capilista bloccati). Quindi se vince il NO sarà più difficile che il parlamento le confermi.
    Ciao, Andrea.

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  17. Claudio

    Purtroppo devo dissentire dalla sua analisi, questa non e una riforma innovativa e rivoluzionare, ma pasticciata, scadente e non veramente democratica.
    Un vestito vecchio e sgualcito, tra l’altro imposta e deciso da un pifferaio circense e bugiardo, del suo partito fatto di inquisiti, voltagabbana, parassiti e di un partito ectoplasma, senz’anima e identità, non più di Sinistra.

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  18. Marco Orani

    La sua analisi è interessante ma naturalmente soggettiva.
    Sulla base degli stessi criteri , io estrema fvaluto positivamente la riforma.
    La mia esperienza trentennale alla Commissione Europea mi induce a sottolineare con forza la estrema complicatezza, ferraginosità ed inefficienza del sistema amministrativo e legislativo italiano, paragonato a quello di altri Stati membri.
    E’vero che la capacità dell’amministrazione di adeguarsi rapidamente alle leggi adottate è un elemento essenziale per l’efficacia e l’efficienza. È altrettanto che la qualità della legislazione italîana è pessima, con norme ridondanti e spesso mal scritte.
    La riforma costituzionale non incide su questi due fattori essenziali.
    E’tuttavia un passo in avanti perchè elimina il bicameralismo paritario (in tutti i casi in ultima istanza è la Camera che decide) e precisa meglio le competenze rispettive dello Stato e delle Regioni.
    Quindi non seguo il suo invito all’astensione e voto con convinzione si.
    Mi permetta anche di dirle come inscritto al PD che io avrei concluso ,sulla base delle stesse considerazioni da lei fatte , indicando che avrei votato seguendo le indicazioni del partito a cui appartengo.

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  19. Emiliano

    L’ago della bilancia secondo me è la quantificazione della possibilità di cambiare le cose in uno scenario (migliorare le modalità di elezione dei nuovi senatori, ad es.) o nell’altro (fare approvare una qualunque altra riforma costituzionale, a maggior ragione in uno scenario tripolare – formula inflazionata, ma corretta).

    Temo che nello scenario in cui vinca il NO sarebbe più difficile modificare in qualunque senso (anche +) le cose.

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  20. Pingback: Le giuste domande da farsi prima di votare al Referendum Costituzionale 2016

  21. Carlo Desideri

    Carissimo Fabrizio, nel tuo scritto ci inviti a valutare gli effetti della legge di riforma costituzionale sulla base delle cinque dimensioni che proponi. Certamente può essere utile farlo sotto questo profilo, tuttavia bisognerebbe anche chiedersi se questo sia sufficiente e se quelle dimensioni di valutazione usate da sole alla fine siano poco adatte. L’esperienza mostra che la Costituzione e di seguito le sue riforme sono testi, ma poi soprattutto sono qualcosa che vive in processi interpretativi, attuativi, correttivi, persino con sviluppi a volte non prevedibili. Possiamo valutare le scelte di fondo di un testo, ma valutarlo con i criteri che tu suggerisci temo voglia dire assumere il testo come un dato, più che come parte di un processo. Ci si può chiedere allora se non sia importante, per decidere sulla riforma, tentare soprattutto delle valutazioni sulla base della storia e del contesto storico-politico nel quale interviene la riforma. Limitandomi qui a qualche accenno, le innovazioni proposte vengono da idee sulle quali si era dibattuto anche in sede di Assemblea Costituente, che sono state riprese in seguito più volte tentando anche di tradurle in proposte di riforma, sulla base per altro della costatazione dei limiti e difficoltà della concreta esperienza istituzionale e politica nel nostro Paese. Questo vale per il superamento del bicameralismo paritario. E vale per l’idea di una Camera o Senato rappresentativo delle istituzioni territoriali emersa appunto al tempo della Costituente, sostenuta già negli anni ’70 dello scorso secolo da alcuni studiosi e poi, in particolare a partire dalla crisi politica dei primi anni ’90, presente più volte nei programmi di forze politiche di sinistra e portata avanti con molta forza dalle stesse regioni. Se vista in una prospettiva storica, la riforma del Senato con l’introduzione della rappresentanza delle regioni è di per sé una innovazione profonda. Per i Costituenti le regioni non erano orpelli o entità artificiali ma vere e proprie componenti territoriali della comunità nazionale, individuate e elencate direttamente dalla stessa Costituzione: quando le forze contrarie alle regioni tentarono di far eliminare l’attuale articolo 131, che appunto identifica ed elenca le regioni, rinviando quel compito ad una legge ordinaria successiva, Moro, Togliatti e altri si opposero dicendo che così si sarebbe rimesso in discussione l’intero impianto costituzionale. E in quanto entità con una base territoriale concreta le regioni sono state costruite dai Costituenti come enti politici componenti della Repubblica, immaginata finalmente come uno stato regionale. In seguito, come si sa, la realtà prese una piega diversa, ma ora proprio il nuovo Senato – chiamando le regioni a far parte del Parlamento nazionale – sembra voler riprendere un percorso che può dare un senso compiuto al regionalismo italiano e cercare di trasformare la struttura dello stato. Certamente ci si può, anzi ci si deve interrogare, come fai tu, sulla figura dei senatori-consiglieri: ma perché vedere solo le difficoltà, il rischio di deriva individualistica-clientelare? Si tratterà pur sempre di consiglieri regionali, che dovranno in qualche modo rispondere politicamente ai loro elettori, ai gruppi ai quali appartengono nel consiglio, ai loro partiti. Va anche tenuto conto che il nuovo Senato come organo parlamentare opererà in modo pubblico e trasparente, e questo potrebbe favorire il senso di responsabilità dei suoi componenti e delle stesse regioni (oggi invece, come si sa, le trattative stato-regioni e tra regioni avvengono in sede di Conferenza Stato-regioni o altre sedi informali senza che vi sia nessuna trasparenza e pubblicità).
    Inoltre, il nuovo Senato è disegnato come un organo ‘permanente’, nel senso che i suoi componenti non si rinnovano con una elezione generale, ma di volta in volta secondo le tornate elettorali delle varie regioni. Questo è un fatto molto interessante, perché così si introduce anche un elemento di bilanciamento tra poteri e, se si vuole, di garanzia: un rafforzamento e non un indebolimento della democrazia e del pluralismo.
    Poi credo che dovremmo valutare sulla base del contesto. Tu scrivi che dopo il referendum, sia che vinca il si o il no, dovremmo tutti lavorare alla migliore attuazione dell’ordinamento costituzionale secondo la soluzione scelta. Dubito fortemente tuttavia che, in caso di vittoria del no, ci sia questa possibilità. Innanzitutto, dire che il testo attuale si potrà applicare al meglio non tiene conto del fatto – e qui torna la storia – che la parte ordinamentale attuale (in particolare il bicameralismo paritario), se forse ha avuto un ruolo in passato per assicurare equilibri politici e per esigenze garantistiche, da un certo punto in poi si è mostrata già inadeguata, sia per il processo politico-decisionale nazionale che per i rapporti stato-regioni. In secondo luogo, se non ci sarà il nuovo Senato come luogo di raccordo-confronto tra stato e regioni, tutto rimarrà come prima, in particolare con il ruolo oggi sovradimensionato della Corte Costituzionale rispetto al Parlamento e alla politica. Quanto al quadro delle forze politiche attuali, temo ci sia poco da aspettarsi. A destra non mi pare che ci siano idee chiare di riforma costituzionale, meno che mai sulle regioni. Parisi recentemente sul Corriere della Sera, pronunciandosi per il no al referendum, ha accennato alla prospettiva di una assemblea costituente, ma questa si che è una prospettiva – nel quadro attuale – preoccupante per la sorte della nostra Costituzione, il cui impianto generale, non solo la fondamentale prima parte, è invece lasciato inalterato dalla attuale riforma. Quanto alle altre forze sulla scena, come sappiamo, appaiono interessate soprattutto a forme politiche-comunicative basate sul web e per ora non sembrano avere idee di riforma costituzionale.
    Credo insomma che la riforma che abbiamo davanti nelle sue scelte di fondo raccolga idee e esigenze che vengono da una lunga esperienza storica e possa aprire processi innovativi e che, invece, alla vittoria del no,non seguirebbe alcuno sforzo migliorativo dell’ordinamento. La mia scelta sarà dunque per il si.

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  22. Marco Cimini

    Apprezzo il suo tentativo di ricondurre ad una dimensione più ragionevole lo scontro in atto nel paese e soprattutto all’interno della sinistra.

    Mi sembra però che il suo contributo dia molto spazio a questioni tutto sommato tecnico-giuridiche, ma metta da parte il dilemma politico che molti si pongono: agli elettori importa fino a un certo punto che le competenze delle Regioni o del Senato siano scritte più o meno bene, mentre l’unico vero grande interrogativo che agita le coscienze (a parte il Renzi-si-Renzi-no) è se veramente questa riforma (con o senza legge elettorale) apra la strada a svolte in senso autoritario o oligarchico, oppure sia un tentativo di rendere il sistema istituzionale più reattivo rispetto alle esigenze di crescita e di ammodernamento dello Stato e più in linea con la società attuale.

    Molti cittadini e militanti temono che una maggioranza relativa e il suo premier, diventata maggioranza assoluta in parlamento, possa fare e disfare a suo piacimento, e ritengono che l’attuale Costituzione rappresenti una garanzia rispetto a questo pericolo. Vogliono, in definitiva, che chi “vince” (mi perdoni Zagrebelsky!) non possa veramente governare, senza considerare però che così condannano anche la propria parte all’impotenza, se e quando vincerà.

    Mi sembra invece che il tema sul tappeto non sia tanto un’antinomia tra democrazia parlamentare e democrazia presidenziale, quanto l’opportunità di confermare la democrazia consociativa che ha retto la prima e la seconda repubblica, oppure di avviarci verso soluzioni di democrazia maggioritaria.

    A mio parere la democrazia consociativa, con le sue garanzie e contrappesi, in primis con il suo sistema elettorale proporzionale, ha avuto un senso in periodo di guerra fredda e di ideologie estreme, ma è stata la rovina del Paese nel ultimi 25 anni. Le garanzie assicurate a minoranze e gruppi di interesse di ogni genere, con il corollario di pratiche di mediazione a livello legislativo e di governo, hanno fatto dell’Italia un paese vecchio, stanco e non competitivo, una Repubblica fondata non più sul lavoro ma sulla rendita parassitaria e di posizione.

    La democrazia consociativa in salsa italiana – fatta di coalizioni ampie ed eterogenee e di meccanismi efficaci di interdizione generosamente assicurati – è a mio parere anche la causa dell’immane debito pubblico, perché nelle negoziazioni non passano mai le scelte che hanno un costo per i gruppi cui è riconosciuto potere contrattuale, e quindi alla fine la mediazione si raggiunge con soluzioni che direttamente o indirettamente vanno a debito, cioè a carico delle generazioni future, le uniche che non hanno rappresentanza.

    E questo avviene a tutti i livelli, nella legislazione come negli atti amministrativi, nelle scelte previdenziali, nella politica industriale e nelle relazioni industriali.

    Le maggioranze di centro-destra, che mettevano insieme forze liberali e stataliste, come quelle di prodiana memoria da Mastella a Rifondazione, non hanno mai fatto né politiche liberali né socialiste, ma si sono solo perse in infinite contrattazioni e mediazioni, con il solo risultato di portare il debito a 2.400 miliardi, la competitività a zero, la produzione e l’occupazione a livelli di grave crisi.

    Senza contare che nei sistemi consociativi le negoziazioni e le mediazioni avvengono tra le élites e quindi non alla luce del sole, il che già di per sé è un vulnus alla democrazia e fonte di disaffezione dei cittadini alla politica.

    E’ pur vero che la scelta tra democrazia consociativa e democrazia maggioritaria dipende in larga misura dal sistema elettorale, che lei vuole lasciare fuori dal discorso, ma non v’è dubbio che il bicameralismo perfetto e l’attuale formulazione delle competenze regionali amplificano i poteri di interdizione e il potere contrattuale di minoranze, lobby e gruppi di interesse di ogni tipo.

    Per questo ritengo che il giudizio sulla riforma non sia indifferente su questo piano, perché essa rappresenta un sia pur timido e compromissorio tentativo di superamento di un modello di democrazia che sta arrecanda gravi danni al nostro Paese

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  23. Pingback: L’elefante e il cavaliere: promemoria sul Referendum Costituzionale | Fabrizio Barca « Referendum Costituzionale – Valigia Blu

  24. Fausto

    C’è di tutto e di più, ma non c’è chiarezza! Tutti, proprio tutti, vorrebbero migliorare la costituzione e la vita politica italiana, eliminando bicameralismo, le province, riducendo le regioni, responsabilizzando con penalizzazioni l’inefficienza di tanti politici, garantendo governabilità, rendendo più autorevole e dotta la magistratura in numeri ridotti, ripianificando compensi e annullando vitalizi e via di questo passo. La gente deve capire che non è possibile giocare a nascondino e nel frattempo favorire le molteplici lobbies. Pane al pane, vino al vino, tagli dove necessitano (qui lo spettro è ampio!). Allora, con un bell’ elenco di cose che tutti si aspettano, il SI’ sarebbe d’obbligo. Invece il NO la fa da padrone. La gente non è stupida !!!

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  25. Pingback: Referendum costituzionale 2016: essere indecisi è paradossalmente normale – RagazziConsulting

  26. Mario Ragazzi

    Caro Barca,
    congratulazioni per la sua analisi che insieme al paradosso di Fredkin mi ha aiutato a capire perché è così difficile scegliere questa volta:

    «quanto più due alternative sembrano parimenti attrattive, tanto più difficile può essere scegliere tra esse – nonostante il fatto che, in pari misura, la scelta stessa diventi meno importante» (Marvin Minsky, La società della mente, Adelphi, 1989)

    Quello che forse andrebbe tenuto conto è anche l’elemento dinamico, non solo la statica comparata: se si fermasse il volano riformista oggi, per quanto deludenti i suoi esiti, quali sarebbero le conseguenze?

    Cordiali saluti
    Mario Ragazzi

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  27. patrizio

    Bellissima analisi. Ho deciso.
    Sarò elefante senza cavaliere e dopo cavaliere senza elefante.
    per il si naturalmente.
    ciao.
    Patrizio da Centocelle Roma

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  28. maria

    Io voto SI,sono nata il4-12 48 dunque è il mio compleanno,ho la 3° Media , conquistata di sera con le 150 ore.Per mè è troppo complicato capire queste regole della COSTITUZIONE.Penso al futuro dei miei figli,VORREI un PAESE + SERIO + CONCRETO con – FURBI-LADRI scusi saluti

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  29. Fulvio

    Una posizione equilibrata, argomentata, che riesce a trasmettere onestà intellettuale e reale volontà di capire, senza opinioni preconcette. Il quadro mi convince, anche se nella personale disamina il segno =- prevale, ma questi sono dettagli. Il leitmotiv è la sostanziale invarianza e allora qui scattano i sospetti dell’elefante: perché sostenere l’insostenibile effetto palingenetico della vittoria del sì, i suoi mirabolanti effetti ‘perfino’ sulla crescita e sul rilancio dell’economia, quando è così evidente che il risultato sarà comunque una sostanziale invarianza. E l’elefante si arrabbia, perché di fronte alle vere emergenze che il paese ha di fronte, la macchina sta usando da mesi tutto o quasi il carburante per girare in tondo su una strada che, per definizione, la lascerà al punto di partenza. Continui Fabrizio a farci pensare, che è già molto, ma valuti se non possa fare anche un passo in più per questo povero paese

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