Un altro viaggio per l’Italia -24-

Disservizi e servizi

Clarissa: Dimmi che non è vero … Un messaggio stampato attaccato fuori di uno sportello bancomat. Già sono difficili da trovare nei piccoli paesi. Al massimo un Posta Pay, spesso nemmeno quello. Ora l’abbiamo trovato ma nel messaggio si legge: “In questa banca il denaro non è liberamente disponibile. Il ritardo nel tempo di erogazione cresce con l’ammontare richiesto. Il personale non può farvi nulla”. E pensa che qui serve il contante sempre. Non c’è la linea, il POS non funziona, l’ho chiesto ma non mi è arrivato, Ecc. Ecc. Ecc. Il personale non può farvi nulla.

Fabrizio: Per esser chiari questa storia del “messaggio preventivo” dove si annuncia DISSERVIZIO non è calabra. Ma ci torna alla mente oggi quando un ragazzo a cui chiediamo del bancomat si mette a ridere. E già perché in questi paesi non vengono solo a mancare i servizi pubblici, ma anche quelli privati, con un colpo pesante a cittadini e turisti. Per non parlare del prezzo della benzina, inesorabilmente più alto. Quando la pompa non è stata proprio chiusa.

Comunque, coi soldi contati risaliamo in Sila. Pare di essere in Svizzera. Si pratica l’alpeggio ad alta quota, le mucche hanno campanelle attaccate al collo con un grosso collare rosso, i prati sono verdi, i pini crescono giganti, si mangia formaggio fresco. Di nuovo, un contrasto assurdo a meno di un’ora e mezza di distanza in macchina dalla costa chiassosa.

Per non parlare della segnaletica dei sentieri. La prima che incontriamo chiara e di qualità in tutto il viaggio. Certo, la straordinaria generosità, tutta calabra, di cui beneficiamo attraverso una catena di eventi nata in una bella libreria di Lamezia ci ha messo sulla strada e ci ha fornito una mappa niente male che mai altrimenti avremmo trovato – il turista che cala da “Marte” cosa avrebbe fatto? Ma resta che i sentieri sono ben marcati e i segnali a prova di fesso. E poi mi colpisce, sul bordo di un’area recintata, la chiarezza di un cartellone che, spiegando il progetto comunitario di ripopolamento del contesto faunistico, indica in lingua italiana – non in burocratese – addirittura i risultati attesi. Lo vedi che si può fare !

Dopo il cammino abbiamo dormito in un silos ristrutturato, con semplicità e gusto, di un’azienda agricola sulle rive di un micro-lago. Una camera rotonda Feng Shui, con il gallo che ti sveglia di buon’ora e cene cucinate con prodotti appena colti dall’orto – frittelle di fiori di zucca da svenire.

Speriamo che reggano a gestire il posto. C’è ne sono pochi come loro.

Un altro viaggio per l’Italia -23-

Senza via d’uscita?

Clarissa: Ci sono tanti modi di segnalare che la strada non è in perfette condizioni. Uno che mi diverte in modo particolare è ‘sagoma deformata’. Vedo un’ombra, è Peter Loren nel film ‘M – il Mostro di Düsseldorf’. Una sagoma deformata, per l’appunto. Un’altro modo è ‘strada dissestata’; mi ricorda i telegiornali apocalittici sul dissesto idrogeologico o sui dissesti finanziari. In strade più grandi ho visto anche ‘giunti dissestati’ – e la mente corre alle mie ginocchia, definitivamente dissestate ormai. La scritta ‘Presenza di buche sulla carreggiata’ mi pare più diretta, e tutto sommato più onesta. Almeno sai da che cosa ti devi guardare, come quella che ti avverte che ci sono ‘frane per i prossimi 7,3 chilometri’. Ma la segnaletica che vince la gara è quella che lascia tutto all’immaginazione: ‘STRADA CHIUSA’ !

Fabrizio: Tutta questa storia per arrivare alle tre mitiche strade di Longobucco. Paese straordinario sul costone orientale della Sila, dove i boschi densi dell’interno lasciano il passo a gole profonde, come quella verso cui siamo diretti. Ci si arriva con una strada dalle mille curve, in condizioni buone, ma con un destino incerto: ci spiegano, arrivati in paese, che è una “strada di nessuno”, nel senso che nessuna istituzione la riconosce come propria e dunque nessuno ha l’impegno a manutenerla. Ma il problema non è arrivare a Longobucco dalla montagna, è arrivarci dalla costa, tornare a casa la sera, se lavori “giù”. Per carità, di strade ce ne sono due. Ma qui la fantasia è andata oltre ogni immaginazione. All’ingresso di quella antica, mille curve, che collega anche molte case sparse, scopri dal solito straordinario cartello che dalle 7 di sera al mattino la strada è “non percorribile”. All’ingresso della fascia di cemento appena terminata (per metà) che percorre il vasto letto della fiumara – reggerà alle piene rabbiose di questi giganti d’acqua assopiti? – il cartello ti dice invece che stai entrando in un “cantiere”. Scopriremo che è il cartello ipocrita frutto di compromessi con la popolazione, perché quella lì “strada” non lo è ancora. Ma tutto questo ha un senso? Ma dove sta la politica – lo scrivo senza le solite virgolette perché questa dovrebbe essere la politica – ossia la capacità di combattere insieme con altri, da dentro e da fuori di un luogo, per pretendere che i propri diritti minimi – tipo, uscire ed entrare senza coprifuoco dal mio paese – siano rispettati? Senza il ritorno della politica senza virgolette non c’è via d’uscita.

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Un altro viaggio per l’Italia -22-

Stato sì, Stato no

Clarissa: Potere dei pregiudizi. Quando una ‘cosa pubblica’ in Calabria è perfetta viene istintivo chiedersi ‘che succede?’. Dopo le ferriere, a Mongiana. ci imbattiamo in un parco del Corpo Forestale dello Stato: Villa Vittoria. Una volta dentro, il verde e l’ordine, insieme all’aspetto stesso della struttura – fioriere con gerani, infissi di legno dipinti di rosso – fanno pensare subito a uno chalet austriaco di gran stile. Il giardino offre un percorso accompagnato da segnali in Braille per non-vedenti di tutte le piante medicinali possibili, alberi e piante menzionati nella Bibbia, con relativo passo e chiosa, un frutteto degli alberi dimenticati, con specie che non si usano più perché producono frutta troppo irregolare nonostante che siano più resistenti ai parasiti e alla siccità, e un’area faunistica dentro al bosco con esemplari di animali endemici. Tutto curato all’estremo, neanche un pezzo di carta igienica per terra. Tutto questo quando ciò che è dello Stato – o comunque collettivo – è in genere trattato malissimo. Impressionante.

Fabrizio: Ci parlano dei meriti di chi ha la responsabilità della Villa. Appaiono indubbi. E ci resta la voglia di capire cosa ha prodotto questo risultato. E il fatto stesso che la responsabilità sia stata affidata a chi sa esercitarla in questo modo. Insomma, la domanda di sempre: perché qui si è altrove no ? Lo so che ogni “qui” che funziona è diverso dall'”altrove”. Che ogni luogo ha una sua storia. Irripetibile. E tuttavia le lezioni ci sono sempre. Non per copiare. Ma per sperimentare strade, soprattutto con la convinzione provata da fatti che “è possibile farcela”. In Calabria come ovunque.

Anche perché qualche miglio più in giù …

… a Bivongi, intendi ? Dove si aprono le gole del fiume, la scoperta di questa estate.

Si. Da Bivongi, ci confermano con convinzione le persone del posto, si può risalire con un lungo percorso fino alle altissime cascate di Marmarico. Altrimenti, ci dicono, ti ci portano con la jeep, che si fa prima. Proprio al bivio della strada sterrata delle jeep vediamo un bel segnale marrone, di quelli che indicano un’attrazione turistica, ‘percorso di trekking’ con due signori che camminano con gran determinazione disegnati in nero. Ci sentiamo confortati nella nostra scelta di non prendere il 4×4. Ma da quel momento in poi non c’è più alcuna indicazione. Non solo, dopo avere imboccato una strada sbagliata …

… l’imbocco del piccolo sentiero che scorre lungo e dentro il fiume è nascosto e solo grazie ai consigli di un contadino che ci ha riempito di dolcissime prugne verdi riusciamo alla fine a trovarlo. …

… vediamo scene di distruzione. Il ‘percorso’ annunciato dai locali come ‘rovinato a tratti’ non esiste più. Ponti di legno e scalette giacciono sul letto del fiume, e eventuali sentieri di una volta sono coperti di fitti rovi. Dopo due ore arriviamo ai bagni di Guida, un’antica stazione termale di acque sulfuree. E potrebbe bastare.

Effettivamente il posto è bello. Il torrente forma pozze di acqua e addirittura chi ha riaperto i Bagni propone una brace accesa sotto il pergolato di un casolare. Ma le cascate sono ancora lontane …

Solita scena tra i due: il bello è nel viaggio; bisogna arrivare in cima perché altrimenti è una sconfitta, e comunque vedrai il premio per lo sforzo (lascio indovinare chi interpreta quale parte). Morale della favola, ovviamente, è che si prosegue, piedi in acqua, per risalire il fiume, ancora.

E qui le cose si fanno toste, perché dopo una prima traccia non c’è più nulla. Intendiamoci: non può esserci un itinerario permanente perché qui l’acqua in piena della primavera se la porterebbe via. Ma visto che che è un trekking consigliato potrebbe starci un segnale, due pennellate su un albero, ogni tanto. Come quando il fiume si biforca. O quando, all’antica centrale elettrica, un sentiero, questo vero, si distacca sulla sinistra per risalire verso la carrareccia delle jeep, ma all’inizio si vede appena e bisogna crederci.

Alle cascate non c’è più il sole. Per la stanchezza non alzo lo sguardo, per paura di inciampare sulle rocce, e vedo solo l’ultimo tratto di caduta dell’acqua. Mi sembra una grande delusione – finché non mi accorgo del resto. Sì che c’è il premio … ma il premio più grande sarà togliersi le scarpe bagnate e bere una birra fredda a Stilo. La punizione per chi mi ha fatto fare sei ore di canyon arriva la sera: canzoni napoletane urlate in stile lirico e amplificate da casse imponenti dal palcoscenico al centro della piazza.

Ci vorrebbe poco, scelte musicali soggettive a parte, per portare in quelle gole escursionisti di ogni tipo e stazza. Quasi chiunque per i primi trecento metri, dove il sentiero si può rendere permanente, molti fino ai Bagni e non pochi fino alle cascate, semplicemente pubblicando una mappa dell’itinerario, da vendere a chi ci si avventura, con qualche limitato segnale. Che renderebbe anche a chi porta le jeep, che per quella lunga sterrata impossibile oggi chiede solo sette euro. Piccole cose ben pensate. Qualche migliaio di euro. Niente mega progetti. Come se si dovessero spendere sempre centinaia, che dico, milioni di euro pubblici per fare cose utili – l’errore stupido di chi pensa che la concentrazione dei fondi (comunitari ad esempio) debba essere finanziaria, quando invece deve essere strategica. Molti piccoli interventi pensati, frutto di analisi dei bisogni, con i risultati chiari in testa e comunicati a tutti sul web, possono valere assai più di un progettone, appetitoso per appaltatori e appaltanti. Quando dico queste cose a Stilo incontro un gran sorriso d’intesa. Da chi di progettoni inutili ne ha visti passare parecchi per queste terre. Ma intanto qui il voto per lo Stato è negativo.

Un altro viaggio per l’Italia -21-

Infiniti tronchi e classe operaia

Clarissa: Dopo una salita di mille tornanti, antichi uliveti con terrazze sempre più esposte, una roccia sempre più nuda, una vegetazione sempre più arsa, scavalliamo il passo e lasciamo alle spalle il mare. Siamo nelle Serre. Un parco eolico, un vecchio invaso naturale ma soprattutto boschi di pini … mi viene alla mente De Gregori e i suoi ‘infiniti tronchi’. Due mondi assolutamente diversi.

Fabrizio: È il fascino della Calabria. Non solo, non tanto quegli 800 chilometri di costa, a non contare i ghirigori degli scogli. Ma soprattutto la diversità esaltata, al girare dell’angolo, al salire di qualche centinaio di metri .Se l’Italia capisce che la diversità interna è la sua cifra, il suo senso stesso di nazione, per la Calabria è fatta. Diventa la quintessenza del paese.

Dopo molto girovagare si arriva in una città piena di attività apparentemente in mezzo al nulla. È Serra San Bruno. Facciate di chiese barocche, di una ricchezza sorprendente, negozi e caffetterie di qualità, le insegne ancora in stile antico. La banda del paese sta scaldando i motori per la festa del paese. Il suono è patriottico – andrebbe benissimo per Verdi. Se Muti non li ha già arruolati vuol dire che non li ha ancora sentiti. Ci fermiamo per prendere un po’ di frutta e per fortuna ci fermano altri clienti, per dirci che dobbiamo assolutamente entrare nelle chiese. Una, in particolare, è un autentico gioiello di tardo barocco calabrese, con un tabernacolo mozzafiato. Molte opere sono state portate lì dalla vicina Certosa dopo il terremoto del 1783.

Sulla porta un messaggio di addio irrevocabile – “non fate nulla per richiamarmi, ve lo chiedo davvero” – del prete di quella chiesa. Non ci sarà modo di capirne il perché.

Qui i Borboni estraevano ferro e tagliavano i boschi per legname. E si lavorava il ferro. A Mongiano si costruivano i fucili per l’esercito. La città era ricca, e la sua mano d’opera fondamentale.

La cultura del luogo è anche operaia. Lo si legge nell’austerità delle case, a due piani, con tetti ben conservati, mai incise da ampliamenti devastanti. E lo si vede in una presenza “di sinistra”, la più visibile dell’intero viaggio: un’associazione combattiva – Il Brigante – annidata in un angolo straordinario che ricorda Trastevere a Roma, che si batte sul tema dell’acqua e del suo inquinamento e che quella sera organizza salsicce e birra in strada. Lo scopriamo dopo l’ottima cucina di un ristorante giovane, torniamo li e ci sentiamo a casa.

Prima siamo andati al parco della Certosa per leggere e riposare al fresco. Saliamo a piedi per un bosco di faggi e soprattutto pini secolari. Mi addormento al suono del vento a cui si aggiunge più tardi – ma io penso di sognare – un canto gregoriano sostenuto e maschile. Mi sveglio come incantata, tu stai ancora all’Ipad.

Bisogna pur trovarlo un momento per scrivere le mie chiose ai pezzi che a te vengon facili.

Andiamo? Il tragitto di ritorno passa dalla chiesa dove si celebrano i matrimoni moderni. Sotto alla scalinata ci sono carrozze con cavalli, un trenino rumoroso, alcuni mini pony puzzolenti, e mondezza, tanta mondezza. Brutto e bello ancora. Mano nella mano. Dopo scopro che nel monastero ricostruito vivono ancora i frati. Una volta la settimana escono per una gita nei boschi. Saranno loro che ho sentito? O era una registrazione a uso turistico? Non lo saprò mai.

Un altro viaggio per l’Italia -20-

Due ore micidiali e un treno Rivarossi

Clarissa: Quel mare così blu, così scintillante, è tenuto a debita distanza da una ferrovia a binario unico.

Fabrizio: Il treno che ci passa sopra sembra quello della Rivarossi – chi si ricorda ? – con cui giocavamo a casa del compagno di classe che lo aveva. Talvolta il vagone è uno solo. Talvolta sono due. E il treno fischia, fischia, per ricordare a tutti che esiste ancora. O forse per scoraggiare chi quei binari volesse attraversarli come se fossero finti.

Beh, certo, il tracciato potrebbe essere utilizzato in ben altro modo. Come percorso turistico per gli appassionati, invidiato in tutto il mondo. O come sentiero o pista ciclabile che potrebbe correre accanto alla linea feroviaria. Con fermate attrezzate per un tuffo in mare o una navetta che salga su per le colline per mangiare specialità della zona.

Potrebbe. Ma non è. Perché per farlo bisogna prima far quadrare i conti, costruire un progetto che parta da una verifica della domanda – sì ancora una volta la domanda. Senza studiarla non si combina nulla. Ma intanto si potrebbero almeno migliorare i sottopassi rendendo il mare più accessibile .

Beh certo, si eviterebbero scene come quella di quei due disperati che, vedendo cotanta bellezza, e non avendo trovato un passaggio al mare, parcheggiano la macchina alla bene e meglio e attraversano il binario a piedi, asciugamani al collo, il pranzo al sacco in spalla.

Ora è chiaro perché il treno fischia! E per chi non vuole rischiare la pelle …

… chi non vuole rischiare la pelle può fare come quelli che trovano finalmente un tunnel improbabile sotto alla ferrovia, imboccano il letto di un fiume e alla fine … finiscono insabbiati. Sì, siamo noi ahimè. Te l’avevo detto che forse non era il caso. Le due carrozze vecchie e scassate della litoranea passano sopra, fischiando. Dopo due ore di lavoro duro riusciamo ad uscire.

Sono state due ore micidiali, con l’ansia di dover chiamare un carro attrezzi e perdere la faccia, ma alla fine col metodo insegnatoci tanti anni fa da quei giovani marocchini a est dell’Atlante – una strada di piccoli tronchi costruita sotto l’auto – siamo fuori . E il bagno in quell’acqua straordinaria sulla punta dell’intero continente d’Europa è ancora più bello.