Un altro viaggio per l’Italia -19-

Bellezza, bruttezza e Nimby

Clarissa: Una guida e grande escursionista ha detto che se ci tiene alla persona che porta in giro gli fa prima vedere il brutto della Calabria per poi stupirlo con la sua bellezza. Il problema è che spesso le due cose – bruttezza clamorosa e bellezza strepitosa – sono veramente mischiate assieme in una mélange dannata. Mi sembra una specie di NIMBY all’incontrario. Cioè, nella propria “Back Yard” meravigliosa, anche nelle zone di mare o di montagna colonizzate dalla buona borghesia, sono state buttate tonnellate di mondezza e tirate su tonnellate di cemento. La famosa ‘Calabria non finita’ di cui tutti parlano – il terzo e quarto piano lasciato in cemento o mattone nudo per i figli e nipoti che non verranno mai a vivere lì – si trasforma in una ‘Calabria finita’ sotto il peso delle costruzioni improvvisate.

Fabrizio: Poi giri l’angolo – “girare l’angolo” è il motto costruito con i figli, che ci ha regalato le sorprese più belle della vita – e trovi la bellezza di una pozza levigata dal fiume, di un pino gigante, di un pinnacolo di creta, di un bosco infinito più bello di quelli Trentini, di un campo biondo, di un borgo arcigno che traguarda il mare, di un paio di occhi azzurri sovrastati da ciglia spesse e nere, del suono secco di un parlare antico. E ti domandi: ma perché avete perso il senso del valore di ciò che avete? Perché vi siete lasciati confondere dal verbo piemontese? E poi dal denaro di Roma? E dall’anti-Stato che avete lasciato crescere (quando non cresciuto) dentro le porte di ogni comunità? Eppure le pieghe della vostra terra sono così profonde, contorte e frequenti che per ogni bruttezza ci sono ancora dieci bellezze. È chiaro come il sole che potete farcela.

Si, certo. Ma intanto abbiamo conosciuto una coppia inglese che aveva comprato una casa in un nuovo agglomerato di cemento sorto vicino al mare. Ora dormivano nello stesso Bed and Breakfast dove abbiamo tirato su la tenda …

È stata una “prima volta” per i gestori. Ma li abbiamo convinti con un sorriso. E si è mangiato alla grande, con una fila di verdure di antipasto più lunga ancora del solito e il primo di tanti cavatelli, ma di lusso …

… si, benissimo il nostro cibo, ma intanto la famigliola inglese stava lì perché hanno tagliato la luce e l’acqua a tutto il comprensorio. Pare che il costruttore fosse in odore di mafia: “Who knows where the money came from!” Posso immaginare la pubblicità che faranno al loro ritorno. Comprate casa in Calabria! È un’affare!

Ehi, ehi, è pur vero che è l’unica storia un po’ tragica di stranieri che abbiamo incontrato in Calabria. Ne abbiamo visti pochi – pare, così ad esempio ci hanno detto a Catanzaro Lido, che qualche anno fa ce ne fossero assai di più – ma quelli incrociati avevano il viso felice. Forse avevano imparato a guardare solo la Bellezza.

Licenza foto: Creative Commons 2.0 di Hindrik

Un altro viaggio per l’Italia -18-

Arbëreshë e inglese

Clarissa: È incredibile come l’identità che deriva dall’essere e dall’essere riconosciuta come minoranza linguistica unisca le popolazioni di questi piccoli paesi. Sono passati 600 anni ma la lingua, i costumi e le tradizioni Arbëreshë vivono. E come! Essendo stata in Albania, e dopo avere tradotto in inglese il libro della scrittrice albanese Elvira Dones (che scrive in italiano) sono affascinata. La cugina della nostra ospite canta in un coro e ci invita alla festa del vicino paese dove si esibisce quella sera. A scuola i ragazzi fanno due ore a settimana di lingua Arbëreshë; troppo poco, si lamenta una mamma. Un’altra obietta che sarebbe più utile concentrarsi sull’inglese e arrendersi ai tempi che cambiano. Il fatto è che la scuola è una monoclasse, con tutti i gradi dell’elementare insieme. Si capisce le preoccupazioni sono altre.

Fabrizio: Eppure si potrebbe avere entrambe le cose. Conservare la lingua, che poi vuol dire musica, identità (di fronte a se stessi e agli altri), relazioni internazionali; e studiare il nuovo in classi di dimensione normale, mescolandosi con i bimbi di altri paesi. Per farlo ci vuole la capacità e il coraggio di immaginare, di chiedere e di realizzare scuole nuove, collocate in posizione baricentrica, che accorpino i micro-plessi dei singoli paesi e che, con le risorse finanziarie risparmiate, assicurino agli alunni trasporti sicuri, strutture adatte a una nuova didattica, spazi collettivi. Insomma, scuole che “facciano invidia” agli studenti e ai genitori dei centri maggiori. E dunque che incoraggino le giovani coppie dei piccoli paesi a restare e altre magari a trasferirsi, a vedere alla tentazione di lasciare la città.

Un altro viaggio per l’Italia -17-

Nelle pieghe della terra

Clarissa: Abbiamo un appuntamento con una guida storica del Parco, un geologo, geografo, antropologo, giornalista, storico, botanico, fotografo. È una fonte inesauribile di racconti, mentre saliamo con la jeep, e poi ci inoltriamo a piedi. Un giro – con il giallo dei campi acceso dal sole e la brezza piacevolmente fresca del tardo pomeriggio – per la grande conca fra le montagne fra Calabria e Basilicata, verso la Falconara. Il paesaggio è antico quanto sono antichi i problemi delle sue terre e di chi ci lavora. Mancanza di acqua, cattive comunicazioni, liti per confini di proprietà, furti di bestiame, la mezzadria, l’isolamento.

Fabrizio: Impariamo a distinguere le timpe, rilievi con un versante morbido e uno a strapiombo, dalle altre formazioni. Apprendiamo dei grifoni immessi nella gola, con successo dopo che il loro abbondante approvvigionamento di carne ha coinvolto gli interessi della comunità. Capiamo dai colori della boscaglia di quanti ettari si sia ritirata negli ultimi cinquant’anni la superficie coltivata; perché coltivare e tenere qui le bestie è cosa duro, quando la neve ti può tenere isolato per settimane. Decodifichiamo l’altrimenti misterioso segnale “Strada Statale 92” che campeggia su una carrareccia adatta solo ai fuoristrada: è il tratto mai finito della Statale diretta a Potenza immaginata da Mussolini. Un’incompiuta ante litteram. (Pare che durante la seconda guerra i tedeschi abbiano invano cercato di imboccarla nei loro spostamenti).

Il giorno dopo ci mettiamo nelle mani sicure di una guida che ci insegna il canyoning nelle gole del Raganello.

Dall’alto del giro in auto si vedeva solo l’imboccatura della piega. E il vasto e arido imbuto attraverso cui l’acqua scende da punti diversi della montagna e si infila giù. Ora entriamo dentro la piega.

Il percorso (spettacolare, e non facilissimo) non è regolamentato e, nonostante il rischio, salgono in direzione opposta a noi, ragazzi senza casco, senza corda, senza muta. La nostra guida cerca di mettere loro in guardia dai pericoli, ma lo guardano con sufficienza, come se stesse cercando di proteggere il proprio lavoro, non la loro vita. Capisco che il sistema americano di ingresso nei parchi nazionali programmato, a numero chiuso, per metà a prenotazione e per metà lasciato a chi arriva per primo, sarebbe difficile applicare. Ma almeno assicurarsi che la gente acceda solo con guide ufficiali non si potrebbe fare ?

Le gole sono una fra le moltissime della Calabria, la cui popolarità potrebbe esplodere. E presentano l’occasione per sperimentare soluzioni. Dico “sperimentare”, perché non ci sono soluzioni belle e fatte, adatte per tutte le situazioni. E dunque vanno provate, per poterle aggiustare. Visto da un dilettante, pure del camminare (specie nei torrenti e fiumi), andrebbero tolti i divieti – quelli che spesso si “decretano” per lavarsene le mani. E andrebbe data informazione, agli ingressi (come hanno iniziato a fare le guide con due piccole placche metalliche) e sul web. Dei pericoli, degli incidenti avvenuti, dell’opportunità di avvalersi di guide, della necessità di usare caschi e corde, e del fatto che i costi di ogni intervento conseguente al non rispetto di queste regole sarà a carico dell’escursionista. Sono queste le cose di cui dovrebbe occuparsi un Parco. Sono queste le competenze che dovrebbe mobilitare.

Un altro viaggio per l’Italia -16-

Provini e prove di sviluppo

Clarissa: Avvicinandoci in macchina, da nord, al primo dei borghi medioevali delle pendici del Pollino calabro, sotto il sole cocente di mezzogiorno, vediamo un giovane salire le curve a piedi, faticosamente, trascinando un trolley. Si ferma ogni tanto per prendere fiato e allontanare la camicia elegantemente stirata dalla schiena sudata. Gli chiedo fin dove deve arrivare. Mi risponde ‘il centro flora faunistico … devo fare un provino.’ Si era alzato alle 3 del mattino dalla Sicilia ed è arrivato solo ora, con il trasporto pubblico. Non capisco cosa c’entrino flora e fauna, ma gli auguro buona fortuna e proseguiamo per la nostra strada.

Fabrizio: Per scendere in Calabria abbiamo fatto eccezione alla regola del viaggio. Lasciando da parte le pieghe strette delle strade minori siamo piombati in autostrada. È la nuova Salerno- Reggio, quella dei pontoni che si stagliano lontani quando ti arrampichi su per Pollino.

Un bel borgo in ristrutturazione e un via vai inaspettato di persone, una piazzetta ventilata in cima con un chiosco-bar, e il centro flora faunistico trasformato effettivamente in studio cinematografico. Stanno realizzando il casting per un film, un lungometraggio, ambientato in Calabria. Una coppia di professionisti ha comprato e rimesso a posto molte case del borgo. Ne hanno fatto museo e albergo diffuso. E ora come contributo alla rinascita di un immagine positiva della Calabria, hanno messo le strutture a disposizione della troupe. Il giovane del trolley nel frattempo ci ha raggiunto, distrutto dalla salita rovente, e ci guarda strano come se avessimo nascosto a lui il trucco per arrivare prima e sedersi all’ombra con una cedrata fresca e tante olive, ma poi la buttiamo a ridere. Ha occhi bellissimi dietro agli occhiali scuri, e un sorriso avvincente. Speriamo di avere visto nascere uno star.

Di certo qui abbiamo visto contenuti che usano contenitori. La parte bassa di questo splendido borgo è vivace non da oggi. Ma i cucuzzoli sono sempre la parte più difficile. Dove spesso ti si presentano buchi neri al posto delle finestre e tetti pericolanti, segni dell’abbandono. Qui no, grazie anche alla strada facile d’accesso, il rinnovamento è cominciato.

Non solo qui. Il Bed and Breakfast del secondo borgo medioevale del Pollino dove arriviamo è il diciannovesimo che apre. E’ una vecchia casa di famiglia, di nuovo in cima al paese – qui la strada d’uscita dal cucuzzolo è impervia, verso la montagna – e il balcone guarda sui tetti, i comignoli, le scale strette, il canyon profondo e misterioso nel sottofondo. La coppia che l’ha ristrutturata ha vissuto in giro per il mondo. La figlia parla tre lingue.

Ecco un esempio dell’effetto virtuoso di combinare radicamento e apertura, locale e globale. La vita “nel mondo” porta una dimestichezza con gusti, le culture e le lingue di altri popoli che ti consente di orientare la tua offerta turistica alla loro domanda. Il legame con il territorio ti rende parte di una comunità che sta costruendo degli standard, e conosce i prodotti che è possibile offrire. Superando la logica del mors tua vita mea, l’intero comune si muove assieme, imparando a combinare cooperazione e concorrenza.

In piazza c’è una sagra del cinghiale e un concorso di bellezza locale. Ragazze giovani sui tacchi a 12 camminano a larghe falcate sulla pedana sotto lo sguardo distratto dei compaesani, i quali sembrano concentrarsi piuttosto sulle grandi quantità di carne nei loro piatti.

Un altro viaggio per l’Italia -15-

Controcanto cilentano. E tensioni

Il giorno dopo le acciughe molli raggiungiamo in barca – 6 euro, pochi – una baia del Parco del Cilento dove restiamo in campeggio due notti da un pastore che cucina alla grande. Formaggio suo, fiori di zucca freschi dall’orto, brace di un legno che brucia lento. Suona musica cilentana appresa dal nonno – che gli ha lasciato anche la casa e il gregge. Ma la zampogna non lo convince

Non la suona da Natale. È secca e stona.

La aggiusta piano piano, insistendo tutta la sera finché non è perfetta. L’organetto invece sprigiona tutto il suo spirito di ospitalità. Il vino e il cibo non sembrano neppure misurati, ne arriva quanto ne hai bisogno. Tutta la famiglia lavora.

I cavatelli li ha fatti la suocera e ci fanno dimenticare brodaglie e acciughe molli. S’è nuotato parecchio per raggiungere la grande grotta della scogliera e per arrivarci di pieghe se ne sono seguite parecchie. Altro che Moebius, qui è roba per Mandelbrot, quello che ha scoperto che ghirigori delle coste e delle nuvole – e pure la distribuzione delle imprese per dimensione, da non crederci – seguono la stessa legge. Magia, religione o grandi numeri?

Intanto che discetti, loro corrono dalla griglia alla cucina, ai tavoli, e continuano a offrire leccornie una più buona dell’altra. Mettiamo pure in conto che abbiamo una forte bias per il cibo buono, naturale, e locale. Resta tutto vero. Comunque, il mio punto è un altro. Anche per il pastore c’è crisi. Ce l’ha detto la seconda serata con un po’ di amarezza. Ma la sua ricetta per controbattere è dare di più, non dare di meno. Essere più generosi, non più tirati. Alla fine puoi farcela, perché ormai conta più di tutto il passaparola, i network, il racconto che cammina.

Eppure, a dirla proprio tutta, anche nel suo dare di più, nel suo innovare, nel suo passare da piatti e bicchieri rigorosamente di coccio a “roba di plastica”. – come lui stesso la chiama – c’è una tensione. La tensione fra il restare per pochi, facendo e offrendo in questi angoli d’Italia una vita bella e pura ma dura, e raggiungere i molti, rendendoti più “commestibile”, col rischio di sbracare. E di perdere la tua clientela originaria. E forse persino te stesso. Per ora il luogo è ancora magico. E tiene, ma … Comunque sono sicuro che su questa tensione torneremo.