Un altro viaggio per l’Italia -14-

Crisi chiama crisi e acciughe molli

Clarissa: Sembra che più c’è crisi più c’è crisi. Eh? Anticipo la tua reazione: perché dici cose ovvie? Comunque il fatto è che dopo due giornate con Tito …

Fabrizio: … niente racconti, copyright riservato sui “viaggi interni interni” e i loro mirabili protagonisti …

… scendiamo verso il mare del Cilento.

Scegliamo la strada alta, perché è domenica e la strada normale, riaperta due giorni a settimana “perché sta scendendo a vista d’occhio” – Siamo Pazzi Noi Italiani – la descrivono come impossibile. (Il mio amico giornalista è stato qui prima di noi è ha scritto un pezzo memorabile)

Un ‘villaggio’ dove eravamo approdati per caso l’anno scorso ha una bella baia protetta e decidiamo di tornare. Almeno non c’è folla. Insomma, c’è sempre meno clientela, le ultime famiglie fedeli che vengono lì da sempre, con i figli adulti …

… cresciuti lì con gli altri figli e per questo contenti di venire – ti anticipo perché lo sai che su questo da tempo la pensiamo diversamente … Effettivamente quando chiediamo della signora napoletana con cui avevamo condiviso idee e sensazioni l’anno prima ci guardano come se fossimo marziani … eppure il posto è lo stesso.

Insomma, di fronte ai segni di crisi cosa fanno i gestori? Tirano sulle cose piccole. Le bottigliette di acqua minerale e – peggio di tutto – il cibo. Mai mangiato così male. Ma quanto costa un buon piatto di spaghetti? Carote, sedano e finocchio bollito adagiati su un po’ di pasta non può essere considerata una cena. E le quantità? Nemmeno in un rémise en forme dove paghi per essere obbligato a fare la dieta.

Non riesco a contraddirti, anche se la cura delle casette del villaggio, meravigliosamente nascoste dagli alberi, e la simpatia del bagnino – mi ricorda una figura mitica della mia fanciullezza Santamarinellese – non puoi sotterrarle, visto che ci hanno riportato qui. Ma effettivamente il cibo … Perché non racconti di quella che mia nonna avrebbe chiamato una “sciacquattura di piatti” e dei frammenti di peperone collocati strategicamente nel piatto per dare colore a quattro acciughe presentate come “acciughe fritte” , divenute molli dopo l’incontro con l’olio bollente avvenuto tanto, troppo, tempo prima. E vogliamo aggiungere che con la notte al “borgo inventato” – che se li meritava tutti – è l’unica sosta costata soldini in questo viaggio. Si, hai ragione, crisi chiama crisi. Lezione per tutti noi: se ti becca la crisi, fai uno sforzo innovativo, non ti immiserire.

Un altro viaggio per l’Italia -13-

Fantasie e musei delle tradizioni popolari

Clarissa: Ad Aquilonia sappiamo di trovare un amico che ha scritto e allestito uno spettacolo basata sulle leggende irpine. Una fantasia d’estate, una specie di Cirque du Soleil locale, completo di gru e droni volanti telecomandati, un corpo di ballo, attori professionisti, di valore, e un cavallo e un cane in carne in ossa. Il palcoscenico è una vasta distesa di terra ondulata, il proscenio una quercia secolare, le colline, una luna crescente e le stelle per quinte. Un miracolo organizzativo tra tre comuni, e decine di associazioni. Le scene di folla e di ballo sono interpretate dai giovani di Aquilonia, quasi tutto il paese porta la maglietta rossa STAFF.

Fabrizio: Quattrocento persone e più a godersi lo spettacolo. Tutti i volti di questi giorni, i volti dei borghi e delle campagne, dei vecchi e dei giovani. La famiglia mista, mezza tedesca e mezza italiana, che abbiamo incrociato due sere prima a Morra a mangiare baccalà in 10 diverse straordinarie versioni. I ragazzi che sembravano tirarla lunga al bar. Gli amministratori di queste terre. L’amico poeta. Il politico antico con cui amo conversare, come facevo con mio padre.

Poi in paese dopo lo spettacolo la sera la movida, in pieno centro. Così non c’è bisogno di prendere la macchina e sballarsi a 20 km da casa per poi rischiare la vita sulla via del ritorno. Prima, nel pomeriggio, la banda del paese, la salvezza della musica in Italia, quasi l’unica via per prendere in mano uno strumento e suonare insieme ad altri. Una grande tradizione. Qui, per festeggiare la prima dello spettacolo, si erano aggiunte, in prestito sempre dagli Stati Uniti, le majorette in uniforme e pom pom.

Fra la banda e il “fantasy” irpino l’occasione per ricredersi. Sui “musei delle tradizioni popolari”. Almeno su uno. C’è ne sono a bizzeffe in giro per le aree rurali di tutta Italia, finanziati con fondi comunitari, spesso “dolci” ma modesti, assai spesso rigorosamente chiusi. E così avevo ironizzato su quello di Aquilonia, richiamato in un incontro pubblico. Eh no, questo è davvero una bella sorpresa. Strumenti, beni, foografie, didascalie che ti inchiodano a guardare. Che ricostruiscono il farsi e la fatica del farsi di prodotti artigianali o della terra, di quegli stessi che ora tornano. Un modo di legare le esperienze di questi giorni. Morale. Mai generalizzare. Altrimenti fai come quel famoso duo di opinionisti quando scrivono del finanziamento pubblico delle “sagre”: ce ne sono che finiscono lì – hanno ragione loro – utili giusto per far tirare il fiato a un pó di lavoro, altro che “investimenti pubblici”; ma ce ne sono altre che radicano una tradizione favorendo il giro di boa di un paese. Vedere per capire. (Ciò scritto, perché qui il giro di boa avvenga manca ancora il passo decisivo: la costruzione di quello che il mio amico economista chiama un “sistema intercomunale”, dove i comuni, uniti in associazione, e i loro cittadini si muovono assieme e il museo, come ogni altra offerta, diventa parte di un circuito per chi si affaccia in queste terre)

Un altro viaggio per l’Italia -12-

Città nuova e città vecchia. Partecipazione locale e competenza nazionale

Clarissa: La ricostruzione dell’Irpinia dopo il terremoto del 1980 (era il mio primo anno in Italia, ricordo le immagini tremende in bianco e nero sulla piccola televisione rossa) ha molte facce, e c’è molto parlare di usi impropri dei fondi – a questo siamo purtroppo abituati. Ma Conza non me l’aspettavo. Qui hanno preso la decisione durissima di dire basta, troppo è troppo, andiamocene per sempre dal vecchio paese e ricominciamo da un’altra parte. La “New Town” è stata una sorpresa piacevole. Ci sarà pure voluto molto tempo, come ci dicono, ma oggi appare proprio come un paese vivo. I cittadini passeggiano anche per la strada larga dove passano le macchine, con un senso di possesso. Questo è mio, l’ho sudato, voglio fare quello che mi pare. C’è il forno con l’insegna vecchia e la fila per la pizza appena uscita. L’edicola dove tutti chiacchierano, la chiesa con l’altare salvato e portato dal vecchio paese distrutto, le immancabili panchine, bambini con le bici, nonne con i passeggini (le madri lavorano?).

Fabrizio: Non tutti, ancora oggi, condividono quella scelta. Eppure Conza mi colpì subito quando il gran padre della protezione civile – al quale mi ero rivolto per aiuto, appena ricevuto l’incarico di sbloccare la ricostruzione dei centri storici del cratere aquilano – mi spedì in Irpinia (al pari di Friuli, Umbria, Marche) per imparare dal passato. Capii e sentii che di fronte alla troncatura improvvisa della propria libertà di vita prodotta dallo squotimento violento e improvviso della terra ai cittadini DEVE essere data l’opportunità di recuperare la libertà di decisione sul proprio destino, e di farlo come comunità, attraverso un processo, anche difficile, di partecipazione democratica. Conza nuova – per carità non chiamarla “New Town” – è un possibile frutto di questo processo. Un frutto che fa onore ai suoi cittadini.

In strada appaiono anche molti profughi, in attesa di essere certificati tali dal Ministero dell’Interno. Escono, quaderno in mano, da una lezione di italiano. Sembra un film ambientato negli Stati Uniti primi anni sessanta. I villini con i giardini, i vialetti, Main Street. I neri guardinghi. La legge italiana purtroppo non permette loro di lavorare in attesa dello ‘status’. Ma è assurdo e avvilente fare nulla, e dà facilmente addito a commenti del tipo, ‘non fanno nulla, vivono a spese nostre!’ Inoltre, la loro sistemazione è in una vecchia casa sulla collina subito fuori del paese che fu. Fisicamente appartati. Una ventina di minuti a piedi in salita. Ho parlato con un ragazzo della Sierra Leone che riempiva una bottiglia d’acqua dalla fontana. Se Dio vuole, mi dice in francese, tra due anni ho i documenti. E poi? Si illumina tutta la faccia. Poi potrò lavorare. Inshallah. Due anni?

Ovunque, in questo viaggio, profughi ai limitari dei paesi, in ostelli falliti, edifici dismessi, villette sequestrate. Sempre vediamo attenzione e consapevolezza dei sindaci e storie e tracce di impegno delle cooperative sociali che ne seguono le vicende. Ma il loro mancato coinvolgimento attivo nella vita dei paesi che li ospitano, nonostante loro, nonostante chi li ospita, appare assurdo.

Una ragazza preparatissima, volontaria per la Pro Loco, ci accompagna su per i vialetti di Conza vecchia. Il terremoto ha dischiuso un passato romano prima appena sfiorato, con un foro e lastre di marmo istoriate. Sono venute allo scoperto anche tombe medievali, prima coperte dalla chiesa. In un caso, sotto a quella che era la navata centrale, giace uno scheletro umano intero, ora rimasto all’aperto. La Pro Loco ha ben pensato di coprirlo con un’asse di legno, ma la pioggia e gli animali entrano lo stesso. Tra poco non ci sarà più niente. La soprintendenza è stata avvertita ma “non ci sono i fondi”, e non succede nulla. Rovina su rovina. La vita nuova è giù in valle ma …

È la solita storia. Dopo il terremoto si è scavato e si è restaurato, come noi italiani sappiamo fare, meglio di tutti, con i mattoni rossi messi lì a indicare con chiarezza e semplicità quello che originario non è. Il piccolo museo è gradevole e utile, con il grande plastico della vecchia Conza. E una robusta torre di ferro, piazzata lì dove stava il silos dell’acqua, consente di vedere l’intera area e oltre. Ma stamane, noi inclusi, sono salite solo sei persone. Irraccontabile. E perché? Per il motivo di sempre. Assieme alla partecipazione locale ci vuole la mobilitazione di una competenza nazionale. Altrimenti chi ragiona dal lato della domanda? Chiedendosi: quali tipologie di turisti sarebbero interessate a venire, e combinandolo con cosa, e arrivando da dove, e andando dove? Solo uno sforzo compiuto assieme ad altri comuni dentro una strategia nazionale può permettere questo passo.

Un altro viaggio per l’Italia -11-

Una botta e una risposta sulle pale eoliche

Clarissa: In tutta l’Irpinia d’oriente si scorgono sulle colline ondeggianti enormi braccia di nuotatori, stile dorso; nuotatori fermi nonostante l’impegno profuso contro il vento. Sono le pale eoliche. A volte si presentano in una fila elegante, come in un nuoto sincronizzato; a volte appaiono in raggruppamenti caotici, e le pale sembrano andare in direzioni ostinatamente opposte. Girano e girano. Catturano il vento, raccolgono la sua energia, la trasformano in elettricità. Questo so. Ma dove va poi? Tutta questa energia, a chi finisce?

Fabrizio: Storia lunga e ormai nota. Non far finta di non conoscerla. Il poeta non le ama, per usare un eufemismo. Non perché rappresentino la modernità (è condividendo assieme la bellezza di un viadotto bianco e sinuoso contro il verde scuro di un bosco senza fine che ci siamo conosciuti). Non le ama perché non sono state costruite badando all’interesse di chi quelle colline abita. Benissimo accrescere, come l’Italia ha saputo fare, l’indipendenza da fonti non rinnovabili – che lo si lasci dove sta quel gas e quel petrolio che riempie le fenditure della terra profonda – ma male farlo con tecnologie di altri, talora senza neppure accumulare tutta l’energia prodotta, attraendo con incentivi impropri anche produttori dubbi, e quasi sempre “comprando” l’assenso dei locali con poche briciole. Le cose stanno cambiando. Facciamole cambiare più rapidamente. Ti ho risposto. Bene così? Stanato a sufficienza?

Un altro viaggio per l’Italia -10-

Castelli e castellani

Clarissa: A Taurasi il castello pubblicizza un ‘percorso sensoriale’ ma, come tutti i castelli della zona, è rigorosamente chiuso. Per fare il vero percorso sensoriale basta inoltrarsi nei vicoli: canti della chiesa, in pura tradizione popolare orale, odore di pane fresco, la campana che suona e poi, incorniciato dalla porta della città che dà sulla terrazza che sovrasta l’intera vallata, tutto si trasforma in un set. Una Ferrari guidata da un tipo identico al Geppy della Grande Bellezza porta via una sposa e uno sposo accaldati, il tutto catturato in HD da un fotografo che quasi finisce sotto le ruote per fare le riprese dal basso, come si deve.

Fabrizio: Faccio io il guastafeste per una volta. Benissimo tutto e benissimo anche le enoteche che riempiono il borgo. Ma le tre voci di francesi – ammesso che fossero turisti e non amici di un “emigrato” che rientra per l’estate – non bastano per dare un senso ai fondi spesi per ristrutturare il castello. Un solo B&B in un posto famoso per il suo vino, anche fuori dell’Irpinia, è un segnale pessimo. E in quelle enoteche stasera, sarà un caso, non si vede nessuno. Dove sta la visione che leghi quel borgo agli altri in un progetto sostenibile di sviluppo? Dove sono i nuovi castellani?

Beh, allora parliamo del castello di Gesualdo. Qui è nato e vissuto il grande compositore di madrigali e motetti appassionati e tormentati, con armonie discordanti e quasi dolorosi ma estremamente moderni per l’epoca. Pare che abbia avuto una vita depravata, e che tanta era la sua apatia che usava pagare bande di ragazzini che dovevano frustarlo per dargli una carica. Come spesso accade, grande creatività e grande tormento vanno mano nella mano, facilitati da una enorme quantità di denaro e da una posizione di rendita assoluta. Il Conte era sempre il Conte. O no? Ora il castello è alla fine di una lunga ristrutturazione, ma non si sa che cosa ci farà il Comune. La solita sala polivalente? Una biblioteca comunale, da tenere chiusa? Una sala convegno da usare tre volte l’anno? Dico una fesseria, ma se si trasformassero i castelli in scuole statali di nuova generazione, aperte tutto il giorno, con saloni a quel punto veramente polivalenti per fare musica, teatro, danza, arte, sport, biblioteche vive, e salette più piccole per seminari, lezioni, dibattiti, inviti a personalità esterne? Dimmi se non potrebbe funzionare? Forse si troverebbe il talento, questa volta senza tormento, dentro a quei muri intrisi di storia?

Ecco, hai trovato i nuovi castellani! Si potrebbe anche fare. Se la filiera della scuola, Roma in testa, si impegnasse e se sindaci e cittadini e famiglie e insegnanti e giovani ci credessero. All’idea di diventare castellani. Lavoriamoci. Ma comunque, la prossima volta, prima di rifare i contenitori decidiamo i contenuti. Una piccola lezione ? Viene da Cairano. Non c’è il castello ma ci sono i castellani. Lavorano a riempire le strade di fiori in un gioco-competizione lanciato da un cairanese che vive nel mondo, mentre in altri locali uno che il teatro lo sa fare e interpretare e vivere – un mio caro amico che incontriamo d’improvviso e con gioia nelle viuzze del borgo – inventa serate che mancheremo con rimpianto.

Fonte img: Wikipedia