Introduzione

Memoria politica dopo 16 mesi di governo

Il pieno e il vuoto, le cose fatte e quelle apprese della mia azione di governo per la “coesione territoriale” sono resi manifesti dai materiali raccolti nel sito www.coesioneterritoriale.gov.it e dal Rapporto di fine mandato. Questa stessa azione, ogni singola esperienza dei miei sedici mesi di lavoro, nel territorio e a Roma, suscita una secca conclusione politica: senza una “nuova forma partito” non si governa l’Italia.

Ovunque si pone il problema di una nuova forma partito. In Italia questo obiettivo ha rilievo e urgenza straordinari di fronte alla sfiducia radicale e al risentimento che circonda i partiti, alla persistente incapacità di buon governo, alla crisi culturale, prima ancora che economica e sociale, che il paese attraversa. Queste pagine sono dedicate a sostenere questa conclusione e a suggerire la funzione e i tratti di una nuova forma partito che permetta il buon governo. Non mi riferirò a un partito in genere – per il quale, pure, larga parte delle considerazioni che svolgo paiono adatte – ma a un partito di sinistra, essendo questo ciò che mi preme.

Prima di procedere, sono necessari tre caveat.

Viviamo un momento di grave crisi, internazionale, europea e ancor più italiana. Che richiede un forte presidio di governo. Non ci sono dubbi. Tuttavia, questo presidio avrà effetto solo se contemporaneamente sarà avviato il ridisegno dei partiti. Senza esitazioni o l’alibi che altre sono le urgenze. Si deve cambiare, perché la crisi è figlia anche della crisi dei partiti. È un progetto per il quale servono molte persone di buona volontà, coese e capaci di lunghi cammini.

In secondo luogo, è evidente che le difficoltà di governare l’Italia derivano anche dall’incompiutezza e dalle incertezze dell’Unione Europea, dalla sua incapacità di fronteggiare la seconda più grave crisi della storia del capitalismo, mettendo in discussione i paradigmi errati che l’hanno indotta e rilanciando il disegno della cittadinanza europea. Al tempo stesso, è altrettanto evidente che per tornare a dare un contributo politico forte all’Unione, che ne concorra a sbloccare lo stallo – la miopia o fragilità di altri fondatori mostra quanto ce ne sia bisogno – l’Italia deve essere ben governata. Senza una nuova forma partito ciò non mi appare possibile.

L’ultimo caveat è che non penso davvero che bastino alcuni anni di militanza giovanile in un partito e poi i lavori di tecnico, amministratore pubblico e ministro e neppure – anche se conta più del resto – la vicinanza profonda con un protagonista della migliore politica – mi riferisco a mio padre – per proporre in modo solitario il programma politico di un partito nuovo. Nel razionalizzare i miei pensieri di sedici mesi, ho fatto dunque affidamento su alcuni importanti contributi 1 le cui idee mi auguro di aver ben usato, e sulle reazioni e importanti suggerimenti di chi ha pazientemente letto una prima, rozza versione. E, soprattutto, considero queste pagine solo un passo preliminare, che cerca il confronto con altri saperi, sentimenti e “memorie”.

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  1. Voglio citare: Ignazi, P. (2012) Forza senza legittimità. Il Vicolo cieco dei partiti, Laterza; Rescigno, G.U. (2008) Corso di diritto pubblico, Bologna, Zanichelli; la raccolta tematica di saggi su Politica e partiti della rivista “parole Chiave” (n.47, 2012), Revelli, M. (2013), Finale di partito, Torino, Einaudi; oltre che lo straordinario schema analitico di Amartya Sen (cfr. in particolare Sen, A. (2009) The Idea of Justice, Harvard University Press; Sen, A. (2010) L’idea di Giustizia, Mondadori) e la visione dello sperimentalismo democratico di Charles Sabel (cfr. le sintesi in Sabel, C.F. e Zeitlin, J. (2012) “Experimentalist Governance”, in The Oxford Handbook of Governance, Oxford University Press e in Sabel, C. (2012), “Dewey, Democracy and Democratic Experimentalism”, Contemporary Pragmatism, Vol. 9, No. 2).